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Il Tribunale di Milano si pronuncia in tema di “valore artistico”.

I fatti di causa possono riassumersi come segue. Nel 2014, l’attrice, la sig.ra Dina Subkhankulova, veniva a conoscenza che una società del gruppo Prada, nella propria collezione di calzature primavera-estate 2014, aveva utilizzato un tacco a forma di vite sotto forma di bullone perno che sarebbe stato creato dalla attrice stessa.

L’attrice, pertanto, citava in giudizio la società dinanzi al tribunale di Milano sostenendo di essere una famosa designer russa nel campo di scarpe ed accessori e di avere realizzato nel 2004 un modello di calzatura con tacco a vite che, a suo dire, doveva considerarsi un’opera artistica. Tale modello aveva infatti conseguito il premio GRAN PRIX per la collezione “Sentore Metallico del Bourgogne” e il premio speciale di giuria nel Concorso internazionale di designer di calzature e accessori dell’aprile 2005 nell’ambito della Mostra specializzata Mosschoes-Mosca. La creazione era stata anche pubblicata nella rivista ARarpel, Moda Pelle ed in altre riviste di settore.

La convenuta a sua difesa sosteneva invece che i modelli di calzatura in contestazione presentavano sostanziali differenze, che Prada aveva sviluppato autonomamente il proprio modello, ispirandosi alle forme di tacco a vite e agli oggetti di design con asta a forma di vite già diffuse negli anni ’50. Inoltre, secondo la convenuta la realizzazione di questo prodotto sarebbe stata preceduta dalla commercializzazione negli anni ’90 di una linea di calzature caratterizzate da un tacco molto simile.

Il Tribunale ha ritenuto infondata la domanda dell’attrice avente ad oggetto la tutela come diritto d’autore del modello di calzatura rappresentato da un “tacco a vite”, in quanto privo del requisito del valore artistico ai sensi dell’art. 2 n. 10 Legge 633/1941.

Il Tribunale ha rilevato che i parametri oggettivi della sussistenza del valore artistico sono, tra gli altri: il riconoscimento, da parte degli ambienti culturali ed istituzionali, della sussistenza di qualità estetiche ed artistiche, l’esposizione in mostre o musei, la pubblicazione su riviste specializzate non a carattere commerciale, l’attribuzione di premi, l’acquisto di un valore di mercato così elevato da trascendere quello legato soltanto alla sua funzionalità, la commercializzazione nel mercato artistico e non in quello meramente commerciale ovvero la creazione da parte di un noto artista (es. Cass. n. 23292/2015; Cass. n. 7477/2017; Cass. n. 5098/2004).

Tenendo conto di tali indici, il Tribunale ha considerato che l’attrice non aveva documentato il riconoscimento della propria creazione da parte di ambienti culturali, l’esposizione in importanti musei o un elevato valore economico del bene trascendente la sua funzione di calzatura. La documentazione prodotta all’uopo è stata ritenuta insufficiente dal Tribunale a dimostrare il riconoscimento di un’esclusiva lungo un arco di tempo così rilevante sul bene in oggetto.

Quanto alla natura denigratoria delle dichiarazioni rilasciate dall’attrice sulla stampa, il Tribunale ha rigettato la domanda riconvenzionale della convenuta considerando che i due articoli da essa prodotti contenevano riferimenti a dati oggettivi e valutazioni personali che erano riconducibili al diritto di critica e che erano stati divulgati, da quanto documentato, solo sulla stampa russa in caratteri cirillici.

 

 

Diritto di autore e statuine riproducenti pastori per presepe.

La Corte di Cassazione con la recente pronuncia n. 658/2018 ha confermato la sentenza della Corte di Appello di Napoli che aveva negato la tutela accordata dal diritto di autore alle statuine riproducenti i pastori per presepe.

La Corte di cassazione ha ribadito che in tema di diritto d’autore esiste una sostanziale differenza tra le opere delle arti figurative, tutelate dall’articolo 2 n. 4 della Legge n. 633/1941, e quelle del disegno industriale, tutelate dal n. 10 del medesimo articolo. La Corte ha precisato che mentre la caratteristica delle opere del disegno industriale risiede nel fatto che esse riguardano un oggetto destinato ad una produzione seriale, quale è quella industriale, le opere delle arti figurative costituiscono un prodotto della creatività, identificabile attraverso il suo autore e declinato nella forma figurativa, che deve trovare espressione in un solo esemplare (o in un numero limitato di esemplari) destinato a un mercato differente, sicuramente più ristretto, rispetto a quello cui sono indirizzati i beni oggetto della produzione industriale (si veda anche in tal senso Cass. 23 marzo 2017 n. 7477).  Come noto, mentre le opere delle arti figurative ricevono tutela se dotate di creatività, le opere del design industriale richiedono pregnanti oneri probatori a carico del soggetto che intende fare valere i diritti di autore poiché lo stesso dovrà fornire evidenza non solo che l’opera possiede non solo un carattere creativo ma che la stessa è altresì dotata di valore artistico.

Su tale assunto la Corte ha confermato la sentenza di appello nella parte in cui ha negato la qualificazione di opere della scultura alle statuine per presepe, evidenziando l’assenza di un’impronta personale dell’autore tale da impedire di ravvisarvi un’opera creativa, anche in ragione della fattura dozzinale e della scadente qualità delle riproduzioni.

La mancanza del requisito della creatività è stata determinante anche ai fini di negare alle statuine la tutela come opere del disegno industriale e dunque di valutare la ricorrenza dell’altro requisito prescritto dall’art. 2 n. 10 della Legge Autore e cioè il “valore artistico”. Sotto questo ulteriore profilo, la Corte di Cassazione ha tuttavia precisato che il valore artistico dell’opera consiste non già nella diversità della stessa rispetto ad altre preesistenti (che attiene piuttosto al profilo della creatività) ma in un quid pluris, la cui prova spetta alla parte che ne invoca la protezione e che può essere ricavato da una serie di parametri, quali la creazione da parte di un noto artista, il riconoscimento della sussistenza di qualità estetiche ed artistiche da parte degli ambienti culturali ed istituzionali, l’esposizione in mostre o musei, la pubblicazione su riviste specializzate, l’attribuzione di premi, ovvero il raggiungimento di un valore di mercato così elevato da trascendere quello legato alla sua funzionalità (si vedano Cass. 23 marzo 2017 n. 7477; Cass. 13 novembre 2015 n. 23292 e Cass. 29 ottobre 2015 n. 21108).

Tutela delle opere d’arte della corrente pittorica della c.d. arte informale

La Corte di Cassazione, con sentenza del 26 gennaio 2018 n. 2039 ha confermato la sentenza della Corte d’Appello di Milano che aveva stabilito che i dipinti di Pierluigi de Lutti (www.delutti.net) costituivano un plagio dei dipinti di Emilio Vedova, essendoci tra le opere una sostanziale sovrapposizione e che la galleria Arte Moderna Fratelli Orler Eredi Ermanno Orler S.n.c. dovesse rispondere di plagio avendo commercializzato, attraverso una mostra e delle televendite, i dipinti plagiati, condannandola altresì al risarcimento danni. La Corte ha altresì confermato la legittimazione attiva della Fondazione Emilio ed Annabianca Vedova (www.fondazionevedova.org) all’azione di risarcimento dei danni.

Con riguardo al plagio la Corte ha ritenuto corretta la sentenza della Corte d’Appello di Milano in quanto “La Corte d’Appello ha ritenuto necessaria all’ipotesi di plagio l’identità di essenza rappresentativa tra le opere, premettendo proprio che il plagio resterebbe escluso nel caso di spunto comune tratto dal patrimonio di pensiero e di idee proprio di tutti, di cui nessuno può rivendicare la paternità, e sia nel caso di disuguaglianza di risultato espressivo. Né può predicarsi un diverso e più ampio criterio, come il ricorso richiederebbe, con riguardo alla corrente artistica della c.d. arte informale: concordi o no che siano gli esperti del settore con tali ulteriori definizioni, non si potrebbe non convenire nel senso che, pur quando l’idea artistica si esprima e si concreti mediante linee, segni o aree di macchie o colori, non immediatamente riproduttive di nessuna forma del reale così come questo risulterebbe da una fotografia, ma piuttosto trasfigurandolo ed interpretandolo in maniera affatto originale, resta che proprio la potenza di questa personalissima interpretazione e trasfigurazione va giuridicamente tutelata”.

Con riferimento alla responsabilità per danni della galleria d’arte la Corte ha inoltre ritenuto che deve ritenersi responsabile di plagio non solo chi realizza l’opera, ma anche colui che concorre nell’illecito, attraverso la commercializzazione delle opere medesime: in particolare, con riferimento alle opere d’arte, la Corte ha ritenuto sussistente la responsabilità solidale della galleria d’arte con il pittore, in quanto “rientra nel dovere di diligenza qualificata, di cui all’art. 1176 c.c., gravante sugli operatori esperti nel mercato dell’arte, la verifica che le opere d’arte poste in vendita non si palesino plagiarie, tenuto conto, in particolare, che nella fattispecie sussiste notorietà dello stile artistico di Emilio Vedova, del suo tratto originale e riconoscibile entro l’arte c.d. astratta informale”.

Infine, la Corte ha ritenuto sussistente la legittimazione della Fondazione Emilio ed Annabianca Vedova all’azione di risarcimento dei danni, in particolare del danno non patrimoniale alla propria immagine (e non al diritto morale d’autore), in quanto soggetto preposto a custodire l’opera del defunto Emilio Vedova ed a diffonderne la corretta conoscenza; la Corte ha affermato, infatti, che “se la tutela dell’opera di un artista costituisce il compito istituzionale di una fondazione, ciò non può non estendersi all’azione giudiziale di risarcimento dei danni a salvaguardia di essa e nel contesto generale dei compiti della fondazione legati all’artista”.

Rischio di confusione tra marchi deboli (Imperial vs. Impero Uomo)

La Corte di Cassazione ha di recente emesso un’interessante pronuncia (n. 28818/2017) in materia di marchi deboli e marchi forti e con la quale ha ritenuto non confondibilmente simili il marchio “Imperial”, da un lato, e il marchio “Impero Uomo” dall’altro.

La vicenda ha preso avvio da una sentenza con la quale la Commissione dei Ricorsi aveva confermato il provvedimento di rigetto di un’opposizione pronunciato dall’Ufficio Italiano Brevetti e Marchi (UIBM). In particolare, infatti, la titolare del marchio comunitario denominativo “Imperial” per le classi 24 e 25, nonché dell’omonimo marchio nazionale per le classi 3, 9, 14 e 25, aveva proposto opposizione dinanzi all’UIBM contro la domanda di registrazione del marchio nazionale “Impero Uomo” per le classi 3, 18 e 25.

A seguito del ricorso per cassazione proposto contro la sentenza emessa dalla Commissione dei Ricorsi, il Supremo Collegio ha ritenuto di rigettare le doglianze della ricorrente. In particolare la Corte ha ritenuto di aderire all’impostazione  della Commissione Ricorsi che aveva reputato debole la radice “imper” presente nel marchio della ricorrente e come tale non in grado di privare di validità marchi complessi altrui nei quali la medesima radice appariva unitamente altri segni o diciture (nel marchio oggetto di opposizione la parola “uomo” era posta sotto la parola “impero”, che era, a sua volta, sovrastata da una componente figurativa, fortemente stilizzata, rappresentata da una corona a tre punte).

La Suprema Corte non ha neanche condiviso l’argomentazione della ricorrente secondo cui la pretesa distanza semantica del fonema “Imperial” con i prodotti da esso contraddistinti finiva per attribuire al medesimo segno capacità distintiva. Ha ritenuto, infatti, che la debolezza del fonema “Imperial” trovava conforto nel consolidato orientamento giurisprudenziale, formatosi prima dell’entrata in vigore del D.Lgs 30/2005 (Codice di Proprietà Industriale), con il quale veniva escluso il carattere distintivo di parole, figure o segni che venivano impiegati usualmente nel linguaggio comune, industriale o commerciale non già per evocare o descrivere un singolo prodotto o servizio, ma per magnificare in genere tutti i prodotti o servizi ai quali venivano riferiti, sottolineando il livello superiore delle relative caratteristiche (ad es., fine, super, extra), della raffinatezza dell’utente cui erano destinati (ad. es., deluxe, elite, top) o del prestigio che conferivamo a chi se ne avvaleva (ad. es., royal, prestige, etc.), esaltando agli occhi del consumatore medio le qualità di qualsiasi prodotto o servizio per il quale vengano adoperate (e, quindi, non destinate ad assumere un significato particolarmente originale, anche laddove non avessero un collegamento concettuale con le caratteristiche specifiche del prodotto o del servizio contrassegnato).

La Corte di Cassazione ha poi proseguito nella sua esposizione, rilevando come la tutela del c.d. secondary meaning, introdotta nel 1992 e recepita dall’art. 13, commi secondo e terzo, del Codice di Proprietà Industriale è stata estesa dalla fattispecie iniziale dell’acquisto di capacità distintiva – a causa del consolidarsi del suo uso sul mercato – da parte di un marchio originariamente privo di tale capacità per via della sua genericità, descrittività o mancanza di originalità, a quella della trasformazione di un marchio originariamente debole in uno forte, con il conseguente riconoscimento della medesima tutela accordata ai marchi originariamente forti e l’affermazione che l’accertamento della contraffazione andava effettuato in base agli stessi criteri che presiedevano alla tutela del marchio forte. Nel caso di specie, tuttavia, la verificazione di tale fenomeno in relazione al marchio intrinsecamente debole non era stata specificamente dedotta, essendosi la ricorrente limitata a far valere genericamente la notorietà acquisita dal marchio, senza specificare le circostanze di fatto da cui avrebbe potuto desumersi l’intervenuto acquisto della pretesa capacità distintiva.

La Suprema Corte ha, inoltre, rigettato la tesi della ricorrente secondo cui nel fare il raffronto tra il proprio marchio e quello avversario la Commissione Ricorsi avrebbe identificato l’elemento dominante del secondo nella parola “Uomo” nonostante detto segno rivestisse una valenza meramente descrittiva della destinazione dei prodotti e cioè l’abbigliamento maschile.

La Corte ha ritenuto che sebbene la debolezza della radice “imper” avesse indotto la Commissione Ricorsi ad escludere un ruolo dominante della stessa nell’ambito del marchio oggetto di opposizione e a riconoscere tale ruolo alla parola “uomo”, tale conclusione non comportava l’attribuzione alla parola “uomo” della qualifica di elemento forte del marchio. Sotto questo profilo, è noto come secondo l’orientamento della giurisprudenza di legittimità in tema di marchio complesso i segni che lo compongono non devono essere necessariamente dotati di forte capacità distintiva, ma possono anche risultare, sia separatamente che nella loro combinazione, privi di una particolare forza individualizzante, con la sola conseguenza che in tal caso il marchio complesso sarà configurabile come marchio debole, anziché come marchio forte (cfr. Cass.  1249/2013 e n. 10071/2008). In quest’ottica, la portata descrittiva da riconoscersi eventualmente alla parola “uomo” (in quanto riferibile alla destinazione dei capi di abbigliamento e degli accessori commercializzati dalla titolare del marchio oggetto di opposizione) non può considerarsi di per sé idonea ad escludere la capacità distintiva del marchio, essenzialmente ricollegabile, come ritenuto dalla sentenza impugnata, alla combinazione dei due termini da cui è composto, considerata di per sé sufficiente a “diluire” il marchio debole anteriore (Imperial) in una nuova entità, avente una sua originale capacità distintiva (Impero Uomo).

Al riguardo, la Commissione aveva ritenuto che la parola “uomo”, oltre a costituire la componente prevalente a livello visivo, imponeva a livello fonetico un’intonazione ed un ritmo ben diversi alla sillabazione rispetto al marchio anteriore, e determinasse a livello concettuale un rafforzamento della connessione del gusto maschile con il dominio di un imperatore, reputando insussistente il rischio di confusione, in considerazione della debolezza del marchio anteriore e della complessità di quello successivo, che aveva ulteriormente diluito la predetta debolezza in un nuovo segno distintivo dotato di una sua originale capacità distintiva.

La Corte di Cassazione ha, infine, precisato che il predetto orientamento non si poneva in alcun modo in contrasto con il principio enunciato dalla giurisprudenza di legittimità, secondo cui l’inclusione in un marchio complesso di un elemento che caratterizzava un marchio semplice precedentemente registrato si traduceva in una contraffazione, anche laddove il nuovo marchio fosse costituto da altri elementi che lo differenziano da quello precedente. Tale principio, postulando che il marchio precedentemente registrato sia dotato di una particolare forza individualizzante, tale da renderlo autonomamente riconoscibile anche se inserito in una rappresentazione più articolata, non è riferibile all’ipotesi in cui, come nella specie, la predetta inclusione comporti un’alterazione sostanziale del significato del marchio (in considerazione della sua debole capacità distintiva) derivante dall’adozione di una parola o un’espressione avente carattere meramente descrittivo: mentre infatti per il marchio forte vanno considerate illegittime tutte le modificazioni, pur rilevanti ed originali, che ne lascino comunque sussistere l’identità sostanziale ovvero il nucleo ideologico espressivo costituente l’idea fondamentale in cui si riassume, caratterizzandola, la sua attitudine individualizzante, per il marchio debole sono sufficienti ad escluderne la confondibilità anche lievi modificazioni o aggiunte (cfr. Cass. 13170/2016, n. 1267/2016 e n. 14787/2007).

Il Supremo Collegio ha, per i motivi evidenziati sopra, rigettato il ricorso per cassazione.

 

 

Il Tribunale Federale dei Brevetti tedesco reputa privo di validità il marchio tridimensionale a forma di capsula Nespresso.

Il Tribunale Federale dei Brevetti tedesco ha, con una sentenza depositata in data 8 dicembre 2017, ritenuto privo di validità il marchio tedesco tridimensionale a forma di capusla per caffè “Nespresso” depositato dalla multinazionale Nestlè in relazione ai beni merceologici  “caffè, estratti di caffè e preparazioni a base di caffè, succedanei del caffè e estratti di caffè artificiali”.  Il tribunale tedesco è pervenuto a tale determinazione in base all’art. 3, paragrafo 2 della Legge Marchi tedesca, che rispecchia l’art. 7, comma 1, lett. e) ii) del Regolamento comunitario 207/2009 in materia di marchi comunitari, secondo cui “Sono esclusi dalla registrazione .. e) i segni costituiti esclusivamente:  ii) dalla forma del prodotto necessaria per ottenere un risultato tecnico.”). Il tribunale tedesco ha rilevato che le caratteristiche essenziali del marchio  corrispondevano ai disegni del brevetto tedesco DE 27 52 733, avente ad oggetto capsule di caffè essenziali per ottenere un risultato tecnico. La capsula di caffè in alluminio di Nespresso, che fino ad oggi poteva essere utilizzata solo dalla stessa Nestlé , non potrà, quindi, essere più protetta come marchio tridimensionale, con la conseguenza che, in futuro, altri produttori potrebbero utilizzare simili capsule di alluminio per il loro caffè.

 

Rischio di confusione tra marchi che contraddistinguono prodotti vinicoli

La Commissione dei ricorsi dell’EUIPO ha emesso una interessante decisione in tema di confondibilità tra marchi che contraddistinguono prodotti alcolici ed in particolare prodotti vinicoli.

La questione decisa dalla Commissione dei ricorsi prende avvio da un’opposizione proposta da una azienda vinicola spagnola basata sull’articolo 8 (1) (b) EUTMR e fondata sul marchio denominativo anteriore EUTM n. 5 664 347 “VIÑA MONTY”, depositato il 24 gennaio 2007 e registrato il 15 aprile 2008 in classe 33 per “bevande alcoliche (escluse le birre)”.

Con decisione del 28 aprile 2016 la divisione di opposizione dell’EUIPO aveva infatti accolto l’opposizione rifiutando la registrazione del marchio contestato “VISTAMONTI”. In particolare, poiché il rischio di confusione, anche solo per una parte del pubblico di riferimento dell’Unione Europea, è sufficiente per respingere una domanda di marchio, la divisione di opposizione aveva concentrato la sua attenzione solamente sul pubblico di lingua polacca, ovvero su una parte del pubblico di riferimento per la quale i due marchi non hanno alcun significato stabilendo che la somiglianza visiva tra in due marchi era di grado medio e che gli stessi potevano essere considerati molto simili foneticamente. Poiché entrambi i segni erano privi di significato per il pubblico di riferimento, l’EUIPO aveva ritenuto che l’aspetto concettuale non influenzava la valutazione sulla somiglianza dei segni né contribuiva in alcun modo a distinguere i segni l’uno dall’altro.

Alla luce di tali considerazioni, dell’identità dei prodotti contraddistinti dai due marchi e del grado medio di attenzione del pubblico di riferimento la divisione di opposizione aveva, pertanto, ritenuto sussistente un rischio di confusione per il pubblico di lingua polacca accogliendo l’opposizione.

Contro tale decisione la ricorrente ha presentato ricorso sostenendo che, contrariamente a quanto ravvisato dalla divisione di opposizione,  i prodotti contraddistinti dai due marchi non fossero identici e non potessero essere confusi in quanto la ricorrente produce vini italiani mentre la controparte produce vini spagnoli e sottolineando come il pubblico di riferimento dei prodotti vinicoli sia sufficientemente attento e perfettamente in grado di distinguere un vino italiano da un vino spagnolo.

La Commissione di ricorso dell’EUIPO, respingendo quanto dedotto dalla ricorrente ha confermato quanto stabilito nella decisione impugnata sottolineando come la distinzione tra vini italiani e vini spagnoli effettuata dalla ricorrente al fine di dimostrare che i prodotti contraddistinti di marchi non sono identici, è del tutto irrilevante poiché il confronto tra prodotti e servizi coperti dal marchio contestato e quelli coperti dal marchio anteriore, nell’ambito di un procedimento di opposizione basato sull’art. 8 (1) (b) EUTMR, deve essere effettuato con riferimento all’elenco dei prodotti e servizi per i quali i marchi sono stati depositati e non con riferimento ai prodotti o servizi effettivamente commercializzati o prestati.

La Commissione è inoltre giunta alle medesime conclusioni svolte dalla divisione di opposizione per quanto riguarda l’aspetto visivo, fonetico, nonché quello concettuale aggiungendo, tuttavia, che nella valutazione del rischio di confusione tra marchi che contraddistinguono i prodotti della classe 33 e cioè le “bevande alcoliche (escluse le birre)” riveste una particolare importanza la percezione uditiva del consumatore e quindi l’aspetto fonetico dei segni. Secondo la Commissione, infatti, poiché tali prodotti sono venduti anche in caffetterie, bar e ristoranti in cui la scelta del consumatore è effettuata leggendo un menù, sul quale normalmente sono riprodotti solamente gli elementi denominativi dei marchi, il rischio di confusione è aumentato dall’impossibilità per il consumatore di cogliere eventuali differenze visive tra i marchi.

Nel caso in commento, pertanto, la Commissione ha ritenuto opportuno attribuire minor importanza alle differenze visive tra i segni in questione e valorizzare, invece, le somiglianze fonetiche esistenti tra gli stessi.

Deindicizzazione di una URL e obblighi dei gestori di motore di ricerca

Il Tribunale di Milano ha emesso una interessante sentenza in tema di deindicizzazione di una URL e degli obblighi dei gestori di motori di ricerca, facendo propri i principi già elaborati dalla Corte di Giustizia dell’Unione Europea nel noto caso “Google Spain SL, Google Inc./Agencia Espanola de Proteciòn de Datos e M. Costeja Gonzalès” (causa C‑131/12).

La questione decisa dal Tribunale di Milano prende avvio da un ricorso avverso un provvedimento del Garante per la protezione dei dati personali che aveva respinto la richiesta della ricorrente di ordinare al motore di ricerca “Google” di provvedere alla deindicizzazione di una URL, contenente un articolo giornalistico asseritamente diffamatorio, rispetto alle chiavi di ricerca costituite dal proprio nome e cognome e alla rimozione delle tracce digitali di detta ricerca. Nello specifico, la ricorrente aveva dedotto che su un sito Internet (che appariva al sesto posto tramite la indicizzazione con il nome della ricorrente) era stato riproposto un articolo giornalistico risalente al 2010, a fronte del quale la stessa aveva a suo tempo promosso un procedimento giudiziario conclusosi con un accordo transattivo e con la rimozione dell’articolo dalla fonte originaria.

Contrariamente a quanto ravvisato dal Garante, la ricorrente riteneva che non vi fosse alcun interesse pubblico alla conoscenza delle informazioni contenute nell’articolo, anche alla luce del lasso di tempo intercorso, e che nel bilanciamento tra il diritto all’informazione del pubblico, l’interesse economico del motore di ricerca e il proprio diritto all’oblio, quest’ultimo dovesse comunque ritenersi prevalente.

Il Tribunale di Milano, respingendo quanto dedotto dalle resistenti Google Italy s.r.l. e Google Inc. – coinvolte anch’esse nel giudizio dinanzi al Tribunale, unitamente al Garante per la protezione dei dati personali – ha accolto le richieste della ricorrente precisando come l’oggetto del ricorso non fosse il diritto all’onore e alla reputazione della medesima, bensì la tutela della sua identità personale.

Sotto tale profilo, la sentenza ripercorre le argomentazioni svolte dalla Corte di Giustizia della UE con la sentenza n. 131 del 13/05/2014 emessa nella causa C‑131/12, ove è stato affermato che l’attività del motore di ricerca consistente nel reperire, indicizzare, memorizzare, mettere a  disposizione informazioni pubblicate da terzi su Internet va qualificata come “trattamento di dati personali” ex art. 2 lett. b) della Direttiva 95/46/CE e che i diritti fondamentali della persona al rispetto della propria vita privata e al trattamento dei propri dati personali devono “in linea di principio” prevalere sull’interesse economico del gestore e sul diritto all’informazione degli utenti. Il Tribunale di Milano ha infatti osservato che i motori di ricerca forniscono informazioni diverse e assai più invasive rispetto a quelle fornite dai siti sorgente e che proprio tale maggiore capacità diffusiva giustifica la maggiore protezione accordata alla tutela della dignità e dell’identità personale rispetto al diritto all’informazione degli utenti.

Aderendo all’orientamento della Corte di Giustizia, il Tribunale ha dunque affermato che il diritto di richiedere la “dis-associazione del proprio nome da un dato risultato di ricerca” piuttosto che un autonomo diritto della personalità (sub specie di diritto all’oblio) costituisce un “aspetto del diritto all’identità personale”. Il diritto al ridimensionamento della propria visibilità telematica rappresenta infatti una declinazione del diritto alla identità personale diverso dal diritto ad essere dimenticato e che “coinvolge e richiede una valutazione di contrapposti interessi”: quello dell’individuo a non essere (più) trovato on line, quello del motore di ricerca alla propria libertà di iniziativa economica, nonché il diritto alla libertà di informazione.

Ebbene, nel bilanciamento tra tali opposti interessi e alla luce dei principi sui diritti inviolabili della persona espressi dall’art. 2 della Costituzione italiana e dagli artt. 3 e 8 della Convenzione Europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali firmata a Roma il 4 novembre 1950, nonché dagli artt. 1 della Direttiva 95/46/CE e 2 del D. Lgs. n. 196/2003 in tema di protezione di dati personali, la Corte ha ritenuto prevalente il diritto all’identità personale dell’individuo, precisando inoltre come ai sensi dell’art. 11 del citato D.lgs 19672003 vada “riconosciuto all’interessato il diritto a che la divulgazione dei propri dati personali risponda ai criteri di proporzionalità, necessità, pertinenza e non eccedenza rispetto allo scopo, esattezza e coerenza con la sua attuale ed effettiva identità personale o morale”.

Il Tribunale ha stabilito che nel caso di specie i dati personali della ricorrente non fossero pertinenti, completi e aggiornati e che l’interesse pubblico all’informazione – pur astrattamente configurabile poiché la ricorrente aveva un ruolo in una autorità amministrativa indipendente – dovesse ritenersi insussistente, ordinando di conseguenza la deindicizzazione della URL (con le chiavi di ricerca recanti il nome della ricorrente) e la cancellazione delle tracce pregresse di tale ricerca. I Giudici hanno fondato il proprio giudizio anche basandosi sul fatto che le opinioni espresse nell’articolo giornalistico de quo fossero rimaste “del tutto isolate”, in quanto “ad esse, non (era) seguito alcun accertamento idoneo a corroborare i dubbi sulla regolarità del concorso pubblico” al quale la ricorrente aveva partecipato. Inoltre il Tribunale ha tenutoci conto del fatto che la ricorrente aveva dimostrato di possedere i requisiti professionali necessari a ricoprire il proprio ruolo e che l’editore che aveva pubblicato l’articolo in questione ne avesse poi disposto la cancellazione dall’archivio online a seguito del giudizio e della transazione intercorsa tra le parti.

Il Tribunale di Roma si pronuncia in tema di risarcimento danni da utilizzo di software senza licenza.

Con una recente sentenza il Tribunale di Roma ha condannato al risarcimento anni una società che aveva utilizzato senza licenza i programmi per elaboratore delle attrici installandoli sui propri server e personal computer. Il Tribunale ha ritenuto che le evidenze acquisite nella fase cautelare ante causam di descrizione consentissero di ritenere la convenuta responsabile della riproduzione, detenzione e utilizzazione non autorizzata dei programmi di titolarità delle attrici e che dette condotte integrassero sia l’illecito civile previsto dall’art. 64 bis della Legge Autore, nonché illecito penale ai sensi dell’art. 171 bis della medesima legge. In relazione al quantum debeatur il Tribunale di Roma ha ritenuto che la società convenuta dovesse rispondere sia del danno patrimoniale (sotto forma di lucro cessante e di danno emergente) che del danno non patrimoniale. Con riferimento al danno patrimoniale il Tribunale ha stabilito che l’importo dovuto a titolo di lucro cessante andasse individuato nel prezzo di mercato delle licenze relative ai software illecitamente utilizzati dalla convenuta, utilizzando come parametro i prezzi risultanti dal listino depositato dalle attrici. A tale importo il Tribunale ha poi aggiunto il danno emergente, liquidandolo in via equitativa e attribuendogli una funzione ripristinatoria della sfera patrimoniale del soggetto leso, inteso come ristoro per le spese sostenute dall’attrice nel contrasto alla pirateria informatica con specifico riferimento anche alla complessa attività di controllo delle contraffazioni, secondo un principio applicato in casi analoghi anche dal Tribunale di Milano. Infine, il Tribunale ha ritenuto il reato di cui all’articolo 171 bis della Legge Autore conoscibile dal Giudice civile ai fini della liquidazione del risarcimento del danno non patrimoniale che è stato quantificato, in un’ottica deterrente, nella somma pari al complessivo danno patrimoniale. Il Tribunale ha poi condannato la società convenuta al pagamento degli interessi, delle spese legali relative anche alla fase cautelare ante causam di descrizione, alle spese di consulenza tecnica d’ufficio e alla pubblicazione della sentenza su due importanti quotidiani nazionali a spese della stessa. Il Tribunale ha infine ordinato alla convenuta di rimuovere i programmi per elaboratore illecitamente duplicati dai propri personal computer e server, inibendo la prosecuzione dell’illecito e imponendo alla stessa una penale per ogni inosservanza o ritardo nell’esecuzione del provvedimento stesso.

Responsabilità del titolare di una rete Wi-Fi per le violazioni commesse da terzi attraverso l’uso della stessa.

La Corte di Giustizia europea si è recentemente pronunciata in merito all’interpretazione dell’art. 12 della Direttiva 2000/31/CE c.d. “Direttiva sul commercio elettronico”, ed in particolare sulla responsabilità dei fornitori di accesso ad una rete di comunicazione per le violazioni commesse da terzi attraverso l’uso della loro connessione Internet senza fili (causa C-484/14).

La domanda è stata presentata dal Tribunale regionale di Monaco di Baviera nell’ambito di una controversia, insorta tra Sony Music Entertainment Germany e il titolare di un negozio di illuminazioni e audio avente ad oggetto l’accertamento della responsabilità di quest’ultimo a seguito di condotte illecite commesse da un terzo tramite la rete WLAN che detto negoziante metteva a disposizione dei propri clienti gratuitamente; nel caso di specie, la condotta consisteva nella diffusione su Internet di un fonogramma prodotto dalla Sony senza autorizzazione della stessa.

Chiamata, in primis, a pronunciarsi sull’applicabilità al caso di specie della Direttiva 2000/31/CE, la Corte ha stabilito che anche colui che mette a disposizione la propria rete di comunicazione in maniera gratuita fornisce un “servizio della società dell’informazione” quando la prestazione è effettuata per fini pubblicitari e di attrazione della clientela. Pertanto, anche ad un titolare di un’impresa che fornisce servizi Internet in via accessoria e gratuita ai propri clienti sarà applicabile la disciplina di cui all’art. 12 (che regolamenta il c.d. “mere conduit” o “semplice trasporto”) purché – sostiene la Corte – il servizio non vada oltre il processo tecnico, automatico e passivo che assicuri l’esecuzione della trasmissione della informazione. Come previsto dall’art. 12 della Direttiva 2000/31/CE, il prestatore del servizio non sarà dunque responsabile delle informazioni trasmesse, a condizione che lo stesso a) non dia origine alla informazione trasmessa; b) non selezioni il destinatario del servizio; c) non selezioni o modifichi le informazioni trasmesse.

La Corte ha inoltre precisato che per il servizio di “mere conduit”, svolto da tale categoria di prestatori e consistente esclusivamente “nel trasmettere, su una rete di comunicazione, le informazioni fornite da un destinatario del servizio” o “nel fornire un accesso alla rete”, non deve applicarsi per analogia la disciplina prevista ad hoc per il servizio di “hosting” di cui all’art. 14 della sopra citata Direttiva. Tale disposizione prevede che il prestatore di un servizio di “hosting” possa beneficiare dell’esenzione di responsabilità per gli atti dei propri utenti solo a condizione che, non appena al corrente di una attività illecita commessa tramite la propria rete e ivi memorizzata, esso agisca immediatamente per ritirare le informazioni o disabilitarne l’accesso. Tale disciplina, secondo la Corte di Giustizia, può applicarsi tuttavia solo al servizio di “hosting” che non consiste in una mera attività di trasporto, ma è costituito altresì da un’attività di memorizzazione dei dati trasmessi.

Alla luce delle considerazioni sopra esposte, la Corte di Giustizia ha affermato dunque che ai sensi dell’art. 12 della Direttiva 2000/31/CE un fornitore di accesso ad una rete di comunicazione, che si limiti ad un’attività di mera trasmissione di informazioni, non può essere chiamato a rispondere per i danni derivanti dalle violazioni che vengano commesse da terzi attraverso l’uso della propria rete, né deve rimborsare le spese legali sostenute ai fini della domanda di risarcimento proposta dal soggetto asseritamente leso. Ciò che rileva, tuttavia, è che ad avviso della Corte l’art. 12 della Direttiva 2000/31/CE sul commercio elettronico “non osta, in via di principio, all’adozione di un’ingiunzione che imponga ad un fornitore di accesso a una rete di comunicazione che consente al pubblico di connettersi a Internet, pena il versamento di una penalità, di impedire a terzi di rendere disponibile al pubblico attraverso tale connessione a Internet, su una piattaforma Internet di condivisione (peer-to-peer), una specifica opera protetta dal diritto d’autore o parti di essa, qualora il fornitore abbia la possibilità di scegliere le misure tecniche da adottare per conformarsi a detta ingiunzione”.

Nello specifico, con riferimento alle misure da adottare al fine di ottemperare ad una eventuale ingiunzione, la Corte ha rilevato in primo luogo come non esista un obbligo di sorveglianza a carico dei prestatori di tali servizi ai sensi dell’art. 15 della Direttiva 2000/31/CE e ha posto l’attenzione sulla possibilità che tali misure, se eccessivamente invasive, siano lesive della libertà di impresa. Sulla base di tali premesse, la Corte ha pertanto escluso che il fornitore di un servizio possa adottare misure, quali il controllo delle informazioni trasmesse ovvero la chiusura della connessione, reputando al contrario che la misura della protezione della propria rete con una password di accesso sia una misura tale da non ledere il diritto alla libertà di impresa e alla libertà di informazione e allo stesso tempo sia dotata di efficacia dissuasiva “nei limiti in cui gli utenti di detta rete siano obbligati a rivelare la loro identità al fine di ottenere la password richiesta e non possano quindi agire anonimamente”.

Ad una attenta osservazione, va dunque rilevato che la Corte ha, seppure in parte, confermato l’orientamento della giurisprudenza tedesca la quale, applicando il modello di responsabilità indiretta previsto dalla normativa tedesca in materia di diritto d’autore, aveva in un caso analogo ritenuto responsabile un fornitore di una rete Wi-Fi per non aver protetto la propria rete con una password consentendo così a terzi di violare tramite l’uso della stessa diritti d’autore o diritti connessi.

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Con la sentenza emessa l’8 settembre 2016 nella causa C-160/15 la Corte di Giustizia è nuovamente intervenuta per chiarire il concetto di comunicazione al pubblico contenuto nella Direttiva 2001/29/CE sull’ “armonizzazione di taluni aspetti del diritto d’autore e dei diritti connessi nella società dell’informazione”. Come noto, l’articolo 3.1 della Direttiva 2001/29/CE prevede che gli autori hanno il diritto esclusivo di autorizzare o vietare qualsiasi comunicazione al pubblico, su filo o senza filo, delle loro opere, compresa la messa a disposizione del pubblico in maniera tale che ciascuno possa avervi accesso dal luogo e nel momento scelti individualmente.

Nel caso sottoposto alla attenzione della Corte, il sito Internet scandalistico olandese www.geenstijl.nl aveva pubblicato dei collegamenti ipertestuali (c.d. linking) che permettevano l’accesso a fotografie di titolarità esclusiva della società editrice della rivista Playboy. In particolare, il sito permetteva l’accesso alle fotografie tramite un collegamento ipertestuale che rimandava ad un file presente su un sito Internet australiano (filefactory.com) utilizzato per l’archiviazione di dati che conteneva le fotografie di cui trattasi. A seguito della eliminazione delle fotografie da parte di filefactory.com, avvenuta su richiesta della casa editrice titolare dei diritti, il sito www.geenstijl.nl aveva continuato a rendere disponibili le stesse tramite link ad altri siti, ciò nonostante le diffide inviate dalla casa editrice.

Giova ricordare che i criteri utilizzati dalla Corte per stabilire la sussistenza di un atto di comunicazione al pubblico sono molteplici e complementari. Nello specifico, si fa riferimento al carattere intenzionale della comunicazione (e cioè al fatto che il soggetto sia consapevole che sta permettendo a terzi di accedere ad una opera protetta, ad esempio quando in mancanza del suo intervento detti soggetti non ne potrebbero fruire), alla esistenza di un pubblico (che deve intendersi come numero indeterminato di destinatari potenziali e comprende, peraltro, un numero di persone piuttosto considerevole), alle modalità della comunicazione (l’opera deve cioè essere comunicata secondo modalità tecniche differenti da quelle utilizzate dal titolare oppure deve essere rivolta ad un pubblico nuovo, cioè ad un pubblico che non sia già stato preso in considerazione dal titolare del diritto nel momento in cui ha autorizzato la comunicazione iniziale) e, infine, al carattere lucrativo della comunicazione.

Occorre precisare che in due precedenti occasioni la Corte aveva a ritenuto che la messa a disposizione su un sito Internet di opere protette tramite collegamenti ipertestuali (sentenza del 13 febbraio 2014 nella causa C‑466/12) ovvero tramite framing (ordinanza del 21 ottobre 2014 nella causa C‑348/13) non costituisse una comunicazione al pubblico posto che le opere a cui puntavano i link erano state già rese liberamente disponibili su un altro sito Internet con il consenso del titolare. Sotto questo profilo, la Corte aveva ritenuto che l’atto di comunicazione in questione non fosse rivolto a un pubblico nuovo ma che a seguito dei collegamenti ipertestuali e del framing l’opera fosse stata fruita da un pubblico compreso in quello per il quale il titolare aveva concesso la propria autorizzazione.

Nel caso in esame, la Corte ha invece ritenuto fondamentale stabilire preliminarmente se il collocamento ipertestuale verso l’opera disponibile su un altro sito Internet fosse stato effettuato da un soggetto con o senza fini di lucro.

Difatti, qualora il collocamento di collegamenti ipertestuali venga effettuato con finalità lucrative è legittimo aspettarsi che il soggetto che ha implementato detto collocamento abbia posto in essere tutte le verifiche necessarie per accertare se l’opera di cui trattasi sia stata pubblicata legittimamente sul sito cui rimandano detti collegamenti ipertestuali, cosicché deve presumersi che tale collocamento sia intervenuto con piena cognizione del fatto che l’opera è protetta e che il titolare del diritto d’autore potrebbe non avere autorizzato la pubblicazione su Internet.

Qualora invece il collocamento ipertestuale sia effettuato da un soggetto senza fini di lucro, occorrerà considerare che tale soggetto potrà non essere a conoscenza del fatto che l’opera è stata pubblicata su Internet senza l’autorizzazione del titolare dei diritti (tale soggetto pertanto nel mettere l’opera a disposizione del pubblico non agisce, di regola, con piena cognizione delle conseguenze del suo comportamento specie qualora l’opera in questione sia già disponibile senza alcuna restrizione di accesso sul sito Internet cui il collegamento ipertestuale rimanda).

Qualora invece sia accertato che il soggetto era al corrente, ovvero avrebbe dovuto esserlo, del fatto che il collegamento ipertestuale dallo stesso collocato forniva accesso a un’opera illegittimamente pubblicata su Internet, ad esempio perché era stato avvertito dai titolari del diritto d’autore, occorre rilevare che la messa a disposizione di detto collegamento costituisce una comunicazione al pubblico. La stessa conclusione vale nell’ipotesi in cui il link consenta agli utilizzatori del sito Internet nel quale esso si trova di eludere misure restrittive adottate dal sito contenente l’opera protetta per limitare l’accesso del pubblico ai soli abbonati, in quanto la messa a disposizione di siffatto collegamento costituisce in tal caso un intervento voluto senza il quale tali utilizzatori non potrebbero fruire delle opere diffuse.

Nel caso di specie la Corte ha ritenuto pacifico che la gestione del sito che aveva fornito i collegamenti ipertestuali verso i file contenenti le fotografie protette avveniva per fini lucrativi e che la titolare di diritti non aveva autorizzato la pubblicazione di tali foto su Internet. Inoltre, da quanto emerso la Corte ha altresì sostenuto che appariva verosimile che la società che gestiva il sito www.geenstijl.nl fosse consapevole della assenza del consenso e che non potesse quindi confutare la presunzione che il collocamento di detti collegamenti fosse intervenuto con piena volontà a consapevolezza. Ciò considerato, la Corte ha statuito che le predette circostanze costituivano elementi sufficienti a ritenere che la società che gestiva il sito aveva realizzato un atto di comunicazione al pubblico ai sensi dell’articolo 3.1 della Direttiva 2001/29.

Pertanto, secondo la Corte, per stabilire se la messa disposizione su un sito Internet di collegamenti ipertestuali verso opere protette liberamente disponibili su un altro sito Internet, senza l’autorizzazione del titolare del diritto d’autore, costituisca una comunicazione al pubblico occorre determinare se tali collegamenti siano forniti senza fini di lucro da una persona che non fosse a conoscenza, o non potesse ragionevolmente esserlo, dell’illegittimità della pubblicazione di tali opere su detto altro sito Internet, oppure se, al contrario, detti collegamenti siano forniti a fini di lucro, ipotesi nella quale si deve presumere tale conoscenza.