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La legge di Bilancio 2017 dà nuovo slancio al credito d’imposta per ricerca e sviluppo.

Il comma 15 dell’articolo 1 della Legge di Bilancio 2017 (Legge 11 dicembre 2016 n. 232) ha modificato il regime agevolativo relativo al credito di imposta per le attività di ricerca e sviluppo previsto dall’art. 3 del Decreto Legge 145/2013 (come modificato dalla Legge di conversione 9/2014 e poi sostituito dall’art. 1, comma 35 della Legge 190/2014) e le cui disposizioni attuative sono contenute nel Decreto 27.5.2015 e dalla circolare della agenzia delle Entrate 5/E del 16.3.2016.

Il comma 16 dell’articolo 15 prevede che le nuove disposizioni hanno efficacia a decorrere dal periodo d’imposta successivo a quello in corso al 31 dicembre 2016.

Le novità legislative prevedono che la durata dell’agevolazione sarà applicabile alle spese sostenute dal 2015 al 2020, mentre il termine originariamente previsto era il 2019. Inoltre, il credito di imposta sarà riconosciuto in misura unica pari al 50% delle spese sostenute in eccedenza rispetto alla media degli investimenti in ricerca e sviluppo realizzati nei tre periodi d’imposta precedenti a quello in corso al 31 dicembre 2015. È stata eliminata l’aliquota ridotta pari al 25% prevista in precedenza per le spese riguardanti competenze tecniche e privative industriali relative a un’invenzione industriale o biotecnologica, a una topografia di prodotto a semiconduttori o a una nuova varietà vegetale, anche acquisite da fonti esterne.

Inoltre, è stato stabilito che il credito d’imposta viene riconosciuto fino ad un importo massimo annuale di euro 20 milioni per ciascun beneficiario (anziché 5 milioni come precedentemente previsto). Per usufruire della agevolazione sulle spese del personale non viene inoltre più richiesto che lo stesso sia “altamente qualificato” (come previsto dalla disposizione precedente) ma è sufficiente che svolga attività di ricerca e sviluppo comprese tra quelle elencate nella norma stessa.

Infine, la agevolazione è stata estesa a imprese residenti o alle stabili organizzazioni nel territorio dello Stato di soggetti non residenti che eseguono le attività di ricerca e sviluppo nel caso di contratti stipulati con imprese residenti o localizzate in altri Stati membri dell’Unione europea, negli Stati aderenti all’accordo sullo Spazio economico europeo ovvero in Stati compresi nell’elenco di cui al decreto del Ministro delle finanze 4 settembre 1996, pubblicato nella Gazzetta Ufficiale n. 220 del 19 settembre 1996.

La nuova direttiva dell’Unione Europea in materia di know-how.

Il 5 luglio 2016 è entrata in vigore la direttiva (UE) 2016/943 sulla “protezione del know-how riservato e delle informazioni commerciali riservate contro l’acquisizione, l’utilizzo e la divulgazione illeciti”.

Consapevole del valore economico delle informazioni aziendali riservate (in particolare per le PMI), il legislatore europeo ha introdotto una normativa specifica al fine di garantire un livello omogeneo di protezione dei segreti commerciali. Osserva infatti il legislatore che, nonostante tutti gli Stati membri e la stessa Unione siano vincolati dall’accordo internazionale sugli aspetti dei diritti di proprietà intellettuale (TRIPS), sussistono ancora rilevanti differenze tra le legislazioni degli Stati membri per quanto riguarda la protezione del know-how che, nel complesso, recano pregiudizio al corretto funzionamento del mercato interno.

La Direttiva, considerata lex specialis rispetto alla Direttiva 2004/48/CE (c.d. Direttiva enforcement), è suddivisa in quattro capi e prevede norme di natura sostanziale e processuale.

Il primo capo (“Oggetto e ambito di applicazione”), in particolare, definisce “segreto commerciale” l’informazione che: a) sia segreta e cioè non generalmente nota o facilmente accessibile a persone che normalmente si occupano del tipo di informazione in questione; b) abbia valore commerciale in quanto segreta; c) sia sottoposta a misure ragionevolmente atte a mantenerla segreta. Tale definizione, è opportuno segnalarlo, riprende quelle già previste a livello internazionale dall’art. 39 del TRIPS in materia di protezione delle informazioni segrete e dall’articolo 98 del D.lgs 30/2005 a livello nazionale.

Il secondo capo delinea le condotte di acquisizione, utilizzo e divulgazione di un segreto commerciale che devono ritenersi lecite (art. 3) e quelle da considerarsi invece illecite (art. 4). In particolare, la Direttiva considera un metodo lecito di acquisizione delle informazioni, sia la scoperta indipendente delle stesse informazioni che il c.d. reverse engineering e cioè l’ingegneria inversa di un prodotto legittimamente acquisito, mentre definisce illecite le condotte di chi acquisisce i segreti commerciali senza il consenso del suo titolare e/o tramite pratiche commerciali scorrette, o di chi utilizza e divulga segreti commerciali acquisiti illecitamente, in violazione di accordi di riservatezza o di obblighi contrattuali e/o patti che ne limitino l’utilizzo. Vengono punite altresì le condotte dei soggetti che al momento dell’acquisizione, dell’utilizzo o della divulgazione siano a conoscenza o dovrebbero sapere, in base alle circostanze, che l’informazione è stata acquisita illecitamente da un terzo.

Nel terzo capo della Direttiva vengono delineate le misure e i rimedi applicabili in caso di acquisizione, utilizzo e divulgazione illeciti del segreto commerciale. In particolare, all’art. 10 è previsto che gli Stati debbano assicurare che le competenti autorità giudiziarie possano applicare misure provvisorie e cautelari in attesa del giudizio, tra cui il divieto di utilizzo dell’informazione, il divieto di produzione o il sequestro delle merci sospettate di costituire violazione di un segreto, nonché la costituzione di garanzie volte ad assicurare il risarcimento in favore del danneggiato. Le misure provvisorie, ai sensi dell’art. 11, dovranno essere applicate sulla base di prove ragionevolmente atte a dimostrare “con un sufficiente grado di certezza” l’avvenuta acquisizione illecita del segreto (oltre all’esistenza del segreto e la sua titolarità in capo al soggetto che agisce in giudizio); dovranno inoltre essere revocate o intendersi cessate, su richiesta del resistente, qualora il ricorrente non promuova un procedimento giudiziario inteso a ottenere una decisione sul merito entro un periodo non superiore a 20 giorni lavorativi (o a 31 giorni di calendario), in linea con quanto previsto in materia dall’art. 50 del TRIPS e dall’art. 9 della Direttiva 2004/48/CE.

Tra le ingiunzioni e le misure correttive (art. 12), è utile segnalare che la direttiva assicura la possibilità per le autorità giudiziarie di ordinare all’esito del giudizio di merito (e sempre nel rispetto dei principi di proporzionalità) diverse tipi di misure tra cui, oltre alla cessazione dell’utilizzo o della divulgazione delle informazioni, anche il richiamo dal mercato e/o la distruzione delle merci prodotte a seguito della violazione. Quanto al risarcimento del danno, al fine di garantire azioni civili sufficientemente riparatorie, le competenti autorità giudiziarie dovranno tenere conto, ai sensi dell’art. 14 della Direttiva, di tutti i fattori pertinenti, quali le conseguenze negative economiche, compreso il lucro cessante, i profitti realizzati illecitamente dall’autore della violazione, nonché, ove opportuno, il pregiudizio morale causato. In alternativa, data la natura immateriale dei segreti commerciali e la difficoltà in tali casi di determinare l’importo effettivo del danno, le stesse potranno stabilire una somma in via forfettaria sulla base, perlomeno, dell’importo dei diritti che sarebbero spettati al legittimo detentore qualora l’autore della violazione avesse richiesto l’autorizzazione.

E’ utile inoltre osservare che il legislatore europeo, per incentivarne la tutela, si preoccupa che sia garantito il diritto alla riservatezza del segreto commerciale nel corso di un procedimento giudiziario e per tale motivo prevede all’art. 9 che possano essere adottate dalle autorità specifiche misure di protezione (i.e. la possibilità di limitare a soggetti determinati la partecipazione alle udienze e/o l’accesso ai documenti di causa).

La Direttiva, come indicato nell’ultimo capo dedicato alle sanzioni e alle disposizioni finali, dovrà essere recepita entro il termine del 9 giugno 2018.

Orientamenti della giurisprudenza europea e italiana in tema di giurisdizione su illeciti commessi tramite siti web esteri

Con la sentenza emessa nel procedimento C-441/13 relativo ad una violazione di diritti d’autore realizzata attraverso un sito web, la Corte di Giustizia dell’Unione Europea ha fornito alcuni chiarimenti in merito all’interpretazione dell’articolo 5.3 del Regolamento CE n. 44/2001 (concernente la competenza giurisdizionale, il riconoscimento e l’esecuzione delle decisioni in materia civile e commerciale). Anche se tale Regolamento è stato sostituito a partire dal 10 gennaio 2015 dal nuovo Regolamento CE n. 1215/2012, l’articolo 7.2 del nuovo Regolamento riproduce fedelmente il testo del previgente articolo 5.3 del Regolamento CE n. 44/2001.

Secondo la costante giurisprudenza della Corte di Giustizia dell’Unione Europea, l’espressione “il luogo in cui l’evento dannoso è avvenuto o può avvenire” contenuta nell’articolo 5.3 del Regolamento CE n. 44/2001 si riferisce sia al luogo in cui il danno si è prodotto, sia al luogo in cui l’evento da cui è derivato il danno (o la condotta) è stato posto in essere. Secondo tale impostazione, quindi, il convenuto può essere citato davanti al giudice competente in uno di entrambi i suddetti luoghi.

Nel caso sottoposto all’esame della Corte di Giustizia, la presunta violazione dei diritti d’autore consisteva nella pubblicazione su un sito web di alcune fotografie senza il consenso del suo autore. La Corte ha stabilito che l’evento che aveva determinato la lesione dei diritti d’autore doveva attribuirsi al comportamento posto in essere dal convenuto (e dunque la condotta era stata localizzata nel luogo in cui il proprietario del sito web, nel caso di specie una società, aveva la propria sede, atteso che era quello il luogo in cui era stata intrapresa e portata a termine la decisione di pubblicare sul sito web le fotografie della ricorrente). Tuttavia, secondo la Corte di Giustizia, è necessario altresì verificare quale giudice abbia la competenza in base al criterio del luogo in cui il danno contestato si è effettivamente verificato. A tal fine, sostiene la Corte, risulta irrilevante individuare quale sia lo stato membro nei cui confronti il sito web è destinato. Al contrario, il danno – e/o la probabilità che lo stesso si verifichi – si produce nello stato membro in cui l’accesso al sito web viene effettuato (con la conseguenza che tale Stato potrà eventualmente avere giurisdizione sulla controversia).

La Corte di Giustizia dell’Unione Europea ha inoltre precisato che la tutela dei diritti d’autore e dei diritti connessi che viene accordata dallo stato membro del giudice in cui è stata incardinata l’azione vada circoscritta al territorio di quello stato. Pertanto, il giudice adito sulla base del luogo in cui il danno si è verificato sarà competente a conoscere del solo danno cagionato all’interno del territorio in cui esercita la propria giurisdizione.

La menzionata sentenza della Corte di Giustizia non appare del tutto conforme agli orientamenti della giurisprudenza italiana, anche se deve osservarsi come l’applicazione dei principi generali di diritto affermati dalla Corte di Giustizia avrebbe portato i tribunali italiani alle medesime conclusioni.

In particolare, con una ordinanza del 16 marzo 2009, il Tribunale di Milano, Sezione specializzata in materia di Impresa, ha stabilito la sussistenza della propria giurisdizione in merito ad un’azione cautelare promossa da una società italiana nei confronti di una società inglese per l’illecito sfruttamento di una banca dati tutelata dal diritto d’autore posto in essere da quest’ultima attraverso il proprio sito web g.TLD.com registrato all’estero (nello specifico la banca dati della ricorrente era stata “incorporata” nel sito web della resistente). In particolare, la Corte ha affermato che l’evento dannoso si era verificato in Italia ai sensi dell’articolo 5.3 del Regolamento n. 44/2001, dal momento che il sito web della società resistente era rivolto esclusivamente ad utenti italiani ed era in diretta concorrenza con il sito web della ricorrente (proprietaria della banca dati) che operava anch’esso sul mercato italiano.

In una seconda sentenza emessa il 16 dicembre 2009, il Tribunale di Roma, Sezione specializzata in materia di Impresa, ha affermato la propria giurisdizione relativamente ad un ricorso presentato dall’emittente del programma televisivo italiano “Il Grande Fratello”, che era stato messo a disposizione del pubblico tramite i siti web di YouTube e Google Video. Il ricorso era stato promosso nei confronti di You Tube LLC, You Tube Inc. e Google UK ed era fondato sulla violazione dei diritti connessi relativi alla emissione delle trasmissioni televisive. Anche se il materiale audiovisivo era stato caricato nel territorio degli Stati Uniti, ove era situato il server, la Corte ha affermato che l’evento dannoso doveva localizzarsi in Italia sulla base delle seguenti considerazioni: i) il ricorrente esercitava la propria attività, inclusa la trasmissione del programma televisivo “Il Grande Fratello”, in Italia; ii) il contenuto era stato reso disponibile (e quindi accessibile al pubblico) dai convenuti nel settore di mercato in cui il ricorrente esercitava i propri diritti di sfruttamento economico del programma (Italia); iii) il programma televisivo “Il Grande Fratello” trasmesso dal ricorrente era rivolto al pubblico italiano. Nel caso in esame, la Corte ha invero applicato l’articolo 5.3 della Convenzione di Bruxelles, in quanto il convenuto non era residente in un paese membro dell’Unione Europea. Tale disposizione, tuttavia, rispecchia integralmente il testo dell’articolo 5.3 del Regolamento CE n. 44/2001.

La Commissione dei Ricorsi si pronuncia in materia di reintegrazione (art. 193 c.p.i.)

Con una recente sentenza la Commissione dei Ricorsi contro i Provvedimenti dell’Ufficio Italiano Brevetti e Marchi ha fornito utili spunti di riflessione sulla disciplina della reintegrazione prevista dall’art. 193 del Codice di Proprietà Industriale (D. Lgs. n. 30/2005) e, in particolare, sulle condizioni e sul livello di diligenza richiesti dalla norma per ottenere il beneficio della reintegrazione in caso di inosservanza di un termine di decadenza.

In particolare, la Commissione Ricorsi, riformando il provvedimento di rigetto emesso dall’UIBM avverso l’istanza di reintegrazione presentata dal ricorrente, ha colto l’occasione per affermare quali sono le condizioni che devono ricorrere affinché possa ritenersi sussistente il requisito della “diligenza richiesta dalle circostanze” prescritto dall’art. 193 del c.p.i. necessario per ottenere il beneficio della reintegrazione. Sotto questo profilo giova infatti ricordare come il testo della norma novellato nel 2003 abbia eliminato il presupposto della “massima diligenza esigibile” prevedendo come nuovo requisito quello della “diligenza richiesta dalle circostanze”.

La Commissione ha invero affermato che nel caso in esame nessuna negligenza fosse imputabile alla ricorrente sotto il profilo della culpa in eligendo, avendo essa dato l’incarico ad uno studio specializzato che godeva di una buona reputazione professionale nel campo. Ha precisato, tuttavia, la Commissione che la buona reputazione del mandatario non è in tali casi condizione sufficiente per concedere il beneficio della restitutio in integrum, essendo altresì necessaria la sussistenza di una organizzazione adeguata di tale soggetto. Tale requisito, continua la Corte, si pone in linea non solo con le norme del c.p.i., ma anche con i principi generali dettati dagli articoli 1228 e 2049 del codice civile in materia di responsabilità per fatto degli ausiliari.

A sostegno della propria decisione, la Commissione ha inoltre sostenuto che l’art. 193 c.p.i., proprio in virtù della ratio di tutela che governa il sistema della proprietà industriale, prevede deroghe alla perentorietà dei termini di decadenza, dando rilevanza alla scusabilità degli errori commessi dalle imprese in una prospettiva più ampia del singolo episodio di disfunzione e parametrando la diligenza utilizzata con quella complessivamente spesa dagli operatori del settore stabilmente impegnati nella gestione dei diritti di proprietà industriale.

Sotto questo profilo, la Commissione ha ritenuto che nel caso di specie risultasse sufficientemente acquisita la prova che lo studio specializzato al quale la ricorrente aveva affidato la gestione del brevetto (nonché l’impresa alla quale lo stesso a sua volta si era affidato per monitorare le scadenze) fruisse di una buona organizzazione sia sotto il profilo del numero e della professionalità degli operatori che dei programmi informatici utilizzati. Ha sostenuto pertanto la Commissione che si trattasse di un errore isolato, nell’ambito di una organizzazione complessivamente adeguata, recependo così la ricostruzione della ricorrente. Non ha assunto rilievo, inoltre, secondo l’interpretazione della Commissione, la circostanza che l’errore materiale in cui era incorsa la Società fosse facilmente individuabile con un sistema incrociato di controlli o con un software più elaborato, atteso che la diligenza richiesta ex art. 193 c.p.i. non deve essere interpretata come best practice in assoluto, ma va parametrata alle circostanze del caso concreto. La Commissione ha infine ritenuto come nel caso in esame alcune inefficienze dovessero ritenersi compensate sia dal carattere isolato dell’errore, che dal sovraccarico di lavoro che aveva impegnato gli operatori del settore nel 2007 a causa delle modifiche legislative intervenute sul regime fiscale delle annualità brevettuali.

L’udienza di conferma nella descrizione autorale inaudita altera parte.

In una recente pronuncia il Tribunale di Torino (Giudice Dott. Scotti – 18 novembre 2015) ha colto l’occasione per prendere posizione su alcuni aspetti riguardanti la misura cautelare della descrizione disciplinata dalla Legge 633/1941 (L.d.A), nel caso di specie afferente a software di titolarità della ricorrente.

Il Giudice ha rilevato come la descrizione autorale, con il richiamo dell’art. 697 c.p.c. da parte dell’art. 162 L.d.A., continui, apparentemente, a non prevedere una fase in contraddittorio successivamente all’eventuale concessione della misura inaudita altera parte e che al provvedimento conseguirebbero immediatamente gli effetti processuali di cui agli articoli 669 octies c.p.c. e 675 c.p.c (art. 162, comma 4, L.d.A.). Il Giudice ha tuttavia osservato che secondo costante giurisprudenza del Tribunale di Torino e in adesione ad un autorevole orientamento dottrinale e giurisprudenziale, la norma processuale sopra indicata dovrebbe cedere il passo alla regola self-executing contenuta nella Direttiva 2004/48/CE (cd. Direttiva Enforcement), in ossequio al fondamentale principio della prevalenza del diritto comunitario sul contrastante diritto interno. In particolare, la menzionata Direttiva  si riferisce anche alle violazioni su scala commerciale del diritto d’autore, ricompreso nell’ampia nozione di diritto di proprietà intellettuale (cfr. 13° e 14° Considerando, articoli 1 e 2) e all’articolo 7 tratta delle misure provvisorie di protezione delle prove, menzionando espressamente la descrizione dettagliata, con e senza prelievo di campioni, stabilendo che queste misure possano essere adottate inaudita altera parte in ipotesi di pericolo di danno irreparabile o di rischio comprovato di distruzione degli elementi di prova. Inoltre, il citato articolo 7 al comma 3 prevede che il convenuto, informato immediatamente dopo l’esecuzione delle misure, ne abbia diritto ad un riesame allo scopo di pervenire a una decisione, entro termine congruo, circa il mantenimento, la revoca o la modifica di quanto disposto in assenza del contraddittorio.

Il Tribunale di Torino ha dunque ritenuto che il diritto comunitario esige una fase in contraddittorio (in sede cautelare) per la riconsiderazione della misura adottata inaudita altera parte e che il descritto contrasto con la norma interna possa essere superato in considerazione della natura auto-esecutiva della disposizione comunitaria, sufficientemente specifica e dettagliata per ottenere immediata attuazione, tenuto conto del mancato coordinamento delle disposizioni processuali delle legge sul diritto d’autore (novellate nel 2000 e quindi prima dell’entrata in vigore della Direttiva Enforcement) e soprattutto della sussistenza di un modello generale nel nostro ordinamento idoneo a consentire tale risultato, costituito dall’art. 669 sexies, comma 2, c.p.c. e dall’art. 129 c.p.i. (quanto alla descrizione industrialistica).

Infine, giova anche rilevare come il Tribunale abbia ritenuto sussistente la competenza del Presidente della Sezione specializzata per quanto concerne la misura della descrizione “autorale” di cui all’art. 162 L.d.A., ai sensi del combinato disposto degli articoli 162 L.d.A. e 696, 694 e 695 c.p.c., nonché dell’articolo 5 D.lgs. 168/2003, non inciso dalla novella di cui al D.L. 1/2012, convertito con modificazioni nella Legge 27/2012.

Nuovo regolamento AGCOM per la tutela on-line del diritto di autore

In data 12 dicembre 2013, l’Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni ha adottato il “Regolamento in materia di tutela del diritto d’autore sulle reti di comunicazione elettronica e procedure attuative ai sensi del Decreto Legislativo 9 aprile 2003, n. 70″.