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Deindicizzazione di una URL e obblighi dei gestori di motore di ricerca

Il Tribunale di Milano ha emesso una interessante sentenza in tema di deindicizzazione di una URL e degli obblighi dei gestori di motori di ricerca, facendo propri i principi già elaborati dalla Corte di Giustizia dell’Unione Europea nel noto caso “Google Spain SL, Google Inc./Agencia Espanola de Proteciòn de Datos e M. Costeja Gonzalès” (causa C‑131/12).

La questione decisa dal Tribunale di Milano prende avvio da un ricorso avverso un provvedimento del Garante per la protezione dei dati personali che aveva respinto la richiesta della ricorrente di ordinare al motore di ricerca “Google” di provvedere alla deindicizzazione di una URL, contenente un articolo giornalistico asseritamente diffamatorio, rispetto alle chiavi di ricerca costituite dal proprio nome e cognome e alla rimozione delle tracce digitali di detta ricerca. Nello specifico, la ricorrente aveva dedotto che su un sito Internet (che appariva al sesto posto tramite la indicizzazione con il nome della ricorrente) era stato riproposto un articolo giornalistico risalente al 2010, a fronte del quale la stessa aveva a suo tempo promosso un procedimento giudiziario conclusosi con un accordo transattivo e con la rimozione dell’articolo dalla fonte originaria.

Contrariamente a quanto ravvisato dal Garante, la ricorrente riteneva che non vi fosse alcun interesse pubblico alla conoscenza delle informazioni contenute nell’articolo, anche alla luce del lasso di tempo intercorso, e che nel bilanciamento tra il diritto all’informazione del pubblico, l’interesse economico del motore di ricerca e il proprio diritto all’oblio, quest’ultimo dovesse comunque ritenersi prevalente.

Il Tribunale di Milano, respingendo quanto dedotto dalle resistenti Google Italy s.r.l. e Google Inc. – coinvolte anch’esse nel giudizio dinanzi al Tribunale, unitamente al Garante per la protezione dei dati personali – ha accolto le richieste della ricorrente precisando come l’oggetto del ricorso non fosse il diritto all’onore e alla reputazione della medesima, bensì la tutela della sua identità personale.

Sotto tale profilo, la sentenza ripercorre le argomentazioni svolte dalla Corte di Giustizia della UE con la sentenza n. 131 del 13/05/2014 emessa nella causa C‑131/12, ove è stato affermato che l’attività del motore di ricerca consistente nel reperire, indicizzare, memorizzare, mettere a  disposizione informazioni pubblicate da terzi su Internet va qualificata come “trattamento di dati personali” ex art. 2 lett. b) della Direttiva 95/46/CE e che i diritti fondamentali della persona al rispetto della propria vita privata e al trattamento dei propri dati personali devono “in linea di principio” prevalere sull’interesse economico del gestore e sul diritto all’informazione degli utenti. Il Tribunale di Milano ha infatti osservato che i motori di ricerca forniscono informazioni diverse e assai più invasive rispetto a quelle fornite dai siti sorgente e che proprio tale maggiore capacità diffusiva giustifica la maggiore protezione accordata alla tutela della dignità e dell’identità personale rispetto al diritto all’informazione degli utenti.

Aderendo all’orientamento della Corte di Giustizia, il Tribunale ha dunque affermato che il diritto di richiedere la “dis-associazione del proprio nome da un dato risultato di ricerca” piuttosto che un autonomo diritto della personalità (sub specie di diritto all’oblio) costituisce un “aspetto del diritto all’identità personale”. Il diritto al ridimensionamento della propria visibilità telematica rappresenta infatti una declinazione del diritto alla identità personale diverso dal diritto ad essere dimenticato e che “coinvolge e richiede una valutazione di contrapposti interessi”: quello dell’individuo a non essere (più) trovato on line, quello del motore di ricerca alla propria libertà di iniziativa economica, nonché il diritto alla libertà di informazione.

Ebbene, nel bilanciamento tra tali opposti interessi e alla luce dei principi sui diritti inviolabili della persona espressi dall’art. 2 della Costituzione italiana e dagli artt. 3 e 8 della Convenzione Europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali firmata a Roma il 4 novembre 1950, nonché dagli artt. 1 della Direttiva 95/46/CE e 2 del D. Lgs. n. 196/2003 in tema di protezione di dati personali, la Corte ha ritenuto prevalente il diritto all’identità personale dell’individuo, precisando inoltre come ai sensi dell’art. 11 del citato D.lgs 19672003 vada “riconosciuto all’interessato il diritto a che la divulgazione dei propri dati personali risponda ai criteri di proporzionalità, necessità, pertinenza e non eccedenza rispetto allo scopo, esattezza e coerenza con la sua attuale ed effettiva identità personale o morale”.

Il Tribunale ha stabilito che nel caso di specie i dati personali della ricorrente non fossero pertinenti, completi e aggiornati e che l’interesse pubblico all’informazione – pur astrattamente configurabile poiché la ricorrente aveva un ruolo in una autorità amministrativa indipendente – dovesse ritenersi insussistente, ordinando di conseguenza la deindicizzazione della URL (con le chiavi di ricerca recanti il nome della ricorrente) e la cancellazione delle tracce pregresse di tale ricerca. I Giudici hanno fondato il proprio giudizio anche basandosi sul fatto che le opinioni espresse nell’articolo giornalistico de quo fossero rimaste “del tutto isolate”, in quanto “ad esse, non (era) seguito alcun accertamento idoneo a corroborare i dubbi sulla regolarità del concorso pubblico” al quale la ricorrente aveva partecipato. Inoltre il Tribunale ha tenutoci conto del fatto che la ricorrente aveva dimostrato di possedere i requisiti professionali necessari a ricoprire il proprio ruolo e che l’editore che aveva pubblicato l’articolo in questione ne avesse poi disposto la cancellazione dall’archivio online a seguito del giudizio e della transazione intercorsa tra le parti.