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Il Tribunale di Milano si pronuncia in tema di “valore artistico”.

I fatti di causa possono riassumersi come segue. Nel 2014, l’attrice, la sig.ra Dina Subkhankulova, veniva a conoscenza che una società del gruppo Prada, nella propria collezione di calzature primavera-estate 2014, aveva utilizzato un tacco a forma di vite sotto forma di bullone perno che sarebbe stato creato dalla attrice stessa.

L’attrice, pertanto, citava in giudizio la società dinanzi al tribunale di Milano sostenendo di essere una famosa designer russa nel campo di scarpe ed accessori e di avere realizzato nel 2004 un modello di calzatura con tacco a vite che, a suo dire, doveva considerarsi un’opera artistica. Tale modello aveva infatti conseguito il premio GRAN PRIX per la collezione “Sentore Metallico del Bourgogne” e il premio speciale di giuria nel Concorso internazionale di designer di calzature e accessori dell’aprile 2005 nell’ambito della Mostra specializzata Mosschoes-Mosca. La creazione era stata anche pubblicata nella rivista ARarpel, Moda Pelle ed in altre riviste di settore.

La convenuta a sua difesa sosteneva invece che i modelli di calzatura in contestazione presentavano sostanziali differenze, che Prada aveva sviluppato autonomamente il proprio modello, ispirandosi alle forme di tacco a vite e agli oggetti di design con asta a forma di vite già diffuse negli anni ’50. Inoltre, secondo la convenuta la realizzazione di questo prodotto sarebbe stata preceduta dalla commercializzazione negli anni ’90 di una linea di calzature caratterizzate da un tacco molto simile.

Il Tribunale ha ritenuto infondata la domanda dell’attrice avente ad oggetto la tutela come diritto d’autore del modello di calzatura rappresentato da un “tacco a vite”, in quanto privo del requisito del valore artistico ai sensi dell’art. 2 n. 10 Legge 633/1941.

Il Tribunale ha rilevato che i parametri oggettivi della sussistenza del valore artistico sono, tra gli altri: il riconoscimento, da parte degli ambienti culturali ed istituzionali, della sussistenza di qualità estetiche ed artistiche, l’esposizione in mostre o musei, la pubblicazione su riviste specializzate non a carattere commerciale, l’attribuzione di premi, l’acquisto di un valore di mercato così elevato da trascendere quello legato soltanto alla sua funzionalità, la commercializzazione nel mercato artistico e non in quello meramente commerciale ovvero la creazione da parte di un noto artista (es. Cass. n. 23292/2015; Cass. n. 7477/2017; Cass. n. 5098/2004).

Tenendo conto di tali indici, il Tribunale ha considerato che l’attrice non aveva documentato il riconoscimento della propria creazione da parte di ambienti culturali, l’esposizione in importanti musei o un elevato valore economico del bene trascendente la sua funzione di calzatura. La documentazione prodotta all’uopo è stata ritenuta insufficiente dal Tribunale a dimostrare il riconoscimento di un’esclusiva lungo un arco di tempo così rilevante sul bene in oggetto.

Quanto alla natura denigratoria delle dichiarazioni rilasciate dall’attrice sulla stampa, il Tribunale ha rigettato la domanda riconvenzionale della convenuta considerando che i due articoli da essa prodotti contenevano riferimenti a dati oggettivi e valutazioni personali che erano riconducibili al diritto di critica e che erano stati divulgati, da quanto documentato, solo sulla stampa russa in caratteri cirillici.

 

 

Diritto di autore e statuine riproducenti pastori per presepe.

La Corte di Cassazione con la recente pronuncia n. 658/2018 ha confermato la sentenza della Corte di Appello di Napoli che aveva negato la tutela accordata dal diritto di autore alle statuine riproducenti i pastori per presepe.

La Corte di cassazione ha ribadito che in tema di diritto d’autore esiste una sostanziale differenza tra le opere delle arti figurative, tutelate dall’articolo 2 n. 4 della Legge n. 633/1941, e quelle del disegno industriale, tutelate dal n. 10 del medesimo articolo. La Corte ha precisato che mentre la caratteristica delle opere del disegno industriale risiede nel fatto che esse riguardano un oggetto destinato ad una produzione seriale, quale è quella industriale, le opere delle arti figurative costituiscono un prodotto della creatività, identificabile attraverso il suo autore e declinato nella forma figurativa, che deve trovare espressione in un solo esemplare (o in un numero limitato di esemplari) destinato a un mercato differente, sicuramente più ristretto, rispetto a quello cui sono indirizzati i beni oggetto della produzione industriale (si veda anche in tal senso Cass. 23 marzo 2017 n. 7477).  Come noto, mentre le opere delle arti figurative ricevono tutela se dotate di creatività, le opere del design industriale richiedono pregnanti oneri probatori a carico del soggetto che intende fare valere i diritti di autore poiché lo stesso dovrà fornire evidenza non solo che l’opera possiede non solo un carattere creativo ma che la stessa è altresì dotata di valore artistico.

Su tale assunto la Corte ha confermato la sentenza di appello nella parte in cui ha negato la qualificazione di opere della scultura alle statuine per presepe, evidenziando l’assenza di un’impronta personale dell’autore tale da impedire di ravvisarvi un’opera creativa, anche in ragione della fattura dozzinale e della scadente qualità delle riproduzioni.

La mancanza del requisito della creatività è stata determinante anche ai fini di negare alle statuine la tutela come opere del disegno industriale e dunque di valutare la ricorrenza dell’altro requisito prescritto dall’art. 2 n. 10 della Legge Autore e cioè il “valore artistico”. Sotto questo ulteriore profilo, la Corte di Cassazione ha tuttavia precisato che il valore artistico dell’opera consiste non già nella diversità della stessa rispetto ad altre preesistenti (che attiene piuttosto al profilo della creatività) ma in un quid pluris, la cui prova spetta alla parte che ne invoca la protezione e che può essere ricavato da una serie di parametri, quali la creazione da parte di un noto artista, il riconoscimento della sussistenza di qualità estetiche ed artistiche da parte degli ambienti culturali ed istituzionali, l’esposizione in mostre o musei, la pubblicazione su riviste specializzate, l’attribuzione di premi, ovvero il raggiungimento di un valore di mercato così elevato da trascendere quello legato alla sua funzionalità (si vedano Cass. 23 marzo 2017 n. 7477; Cass. 13 novembre 2015 n. 23292 e Cass. 29 ottobre 2015 n. 21108).