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L’udienza di conferma nella descrizione autorale inaudita altera parte.

In una recente pronuncia il Tribunale di Torino (Giudice Dott. Scotti – 18 novembre 2015) ha colto l’occasione per prendere posizione su alcuni aspetti riguardanti la misura cautelare della descrizione disciplinata dalla Legge 633/1941 (L.d.A), nel caso di specie afferente a software di titolarità della ricorrente.

Il Giudice ha rilevato come la descrizione autorale, con il richiamo dell’art. 697 c.p.c. da parte dell’art. 162 L.d.A., continui, apparentemente, a non prevedere una fase in contraddittorio successivamente all’eventuale concessione della misura inaudita altera parte e che al provvedimento conseguirebbero immediatamente gli effetti processuali di cui agli articoli 669 octies c.p.c. e 675 c.p.c (art. 162, comma 4, L.d.A.). Il Giudice ha tuttavia osservato che secondo costante giurisprudenza del Tribunale di Torino e in adesione ad un autorevole orientamento dottrinale e giurisprudenziale, la norma processuale sopra indicata dovrebbe cedere il passo alla regola self-executing contenuta nella Direttiva 2004/48/CE (cd. Direttiva Enforcement), in ossequio al fondamentale principio della prevalenza del diritto comunitario sul contrastante diritto interno. In particolare, la menzionata Direttiva  si riferisce anche alle violazioni su scala commerciale del diritto d’autore, ricompreso nell’ampia nozione di diritto di proprietà intellettuale (cfr. 13° e 14° Considerando, articoli 1 e 2) e all’articolo 7 tratta delle misure provvisorie di protezione delle prove, menzionando espressamente la descrizione dettagliata, con e senza prelievo di campioni, stabilendo che queste misure possano essere adottate inaudita altera parte in ipotesi di pericolo di danno irreparabile o di rischio comprovato di distruzione degli elementi di prova. Inoltre, il citato articolo 7 al comma 3 prevede che il convenuto, informato immediatamente dopo l’esecuzione delle misure, ne abbia diritto ad un riesame allo scopo di pervenire a una decisione, entro termine congruo, circa il mantenimento, la revoca o la modifica di quanto disposto in assenza del contraddittorio.

Il Tribunale di Torino ha dunque ritenuto che il diritto comunitario esige una fase in contraddittorio (in sede cautelare) per la riconsiderazione della misura adottata inaudita altera parte e che il descritto contrasto con la norma interna possa essere superato in considerazione della natura auto-esecutiva della disposizione comunitaria, sufficientemente specifica e dettagliata per ottenere immediata attuazione, tenuto conto del mancato coordinamento delle disposizioni processuali delle legge sul diritto d’autore (novellate nel 2000 e quindi prima dell’entrata in vigore della Direttiva Enforcement) e soprattutto della sussistenza di un modello generale nel nostro ordinamento idoneo a consentire tale risultato, costituito dall’art. 669 sexies, comma 2, c.p.c. e dall’art. 129 c.p.i. (quanto alla descrizione industrialistica).

Infine, giova anche rilevare come il Tribunale abbia ritenuto sussistente la competenza del Presidente della Sezione specializzata per quanto concerne la misura della descrizione “autorale” di cui all’art. 162 L.d.A., ai sensi del combinato disposto degli articoli 162 L.d.A. e 696, 694 e 695 c.p.c., nonché dell’articolo 5 D.lgs. 168/2003, non inciso dalla novella di cui al D.L. 1/2012, convertito con modificazioni nella Legge 27/2012.

Recentissime in tema di arte appropriativa.

Con due sentenze del 19 febbraio 2015 e del 15 giugno 2015 la Corte di Cassazione fornisce utili spunti di riflessione sul tema dell’arte appropriativa e, dunque, sui limiti di liceità dell’utilizzo di opere preesistenti, o di parti di esse, al fine di crearne di nuove le quali, tuttavia, avendo una valenza “estetico espressiva” differente, non costituiscono opere derivate e dunque non richiedono il consenso dell’avente diritto. Con sentenza n. 3340 del 19 febbraio 2015 la Corte di Cassazione ha stabilito che la riproduzione di un frammento del testo di una canzone all’interno di un altro brano musicale successivamente realizzato non costituisce violazione dei diritti d’autore sull’opera preesistente qualora il testo così estrapolato non abbia conservato il proprio originario significato risultandone mutata la valenza estetico/espressiva. La controversia in esame ha coinvolto il titolo e i primi due versi del testo della canzone di Francesco De Gregori “Prendi questa mano zingara/dimmi pure che futuro avrò” praticamente identici a quelli della nota canzone precedente – intitolata “Zingara”, composta da Ricciardi e Albertelli e portata al successo nel 1969 da Iva Zanicchi e Bobby Solo – “Prendi questa mano zingara/dimmi che destino avrò”. La Corte ha statuito che  affinché si realizzi il plagio della parte letteraria dell’opera musicale non è necessario che venga riprodotta una parte consistente dell’opera ben potendo realizzarsi l’illecito quando la riproduzione riguardi il ”cuore dell’opera” e cioè anche un frammento (originale) del testo letterario a condizione, tuttavia, che esso assuma nella nuova opera un ruolo simile a (o non diverso da) quello che aveva nell’opera asseritamente plagiata. In altre parole, al fine di verificare se costituisca plagio la riproduzione di un frammento poetico letterario di una canzone in un’altra composizione musicale la Corte ha ritenuto che occorrerà verificare se detto frammento, innestato nel nuovo testo, abbia conservato una identità di significato poetico letterario ovvero abbia evidenziato uno “scarto semantico rispetto a quello che ha avuto nell’opera anteriore”. Nel caso di specie la Corte ha ritenuto che tale scarto ricorresse e che, pertanto, non fosse ravvisabile una violazione dei diritti di autore. La Corte di Cassazione pare applicare all’ambito musicale i principi enucleati dalla giurisprudenza in tema di c.d. arte appropriativa e cioè quella forma d’arte che reinterpreta opere preesistenti cambiandone il significato tramite la loro rivisitazione e trasformazione, realizzando così opere nuove che non costituiscono tuttavia opere derivate e dunque non richiedono il consenso dell’autore. Vieppiù, proprio la conclusione raggiunta dalla pronuncia della Cassazione grazie ai principi in tema di arte appropriativa ha reso superflua ogni indagine circa la applicabilità alla fattispecie de qua dell’art. 10 Legge n. 399/1978 in tema di citazione, nonché delle norme sulle utilizzazioni libere di cui all’articolo 70 Legge Autore (la scriminante parodistica nel caso specie era da escludere posto che non ne ricorrevano i presupposti).  Al riguardo, con riguardo alle opere della scultura è noto il precedente giudiziario dal Tribunale di Milano che con ordinanza del 13 luglio 2011 ha rigettato le domande della Fondazione Giacometti volte, inter alia, ad inibire l’utilizzo delle opere del Maestro da parte dell’autore contemporaneo John Baldessari nell’ambito della esibizione, o meglio installazione, denominata “Giacometti variations” dove le sculture del Maestro Giacometti (le “Grandes femmes”) erano state riprodotte parzialmente abbigliate. In particolare, il Tribunale ha ritenuto che “Le opere parodistiche, quelle burlesche o ironiche, ma più in generale le opere che rivisitano un’opera altrui (non essendo necessario che ispirino ironia o inducano al riso, ben potendo suggerire messaggi diversi, anche tragici, critici o drammatici), sono tali nella misura in cui mutano il senso dell’opera parodiata, in modo tale da assurgere al ruolo di opera d’arte autonoma, come tale degna di autonoma tutela… È vero tuttavia che al fine della considerazione dell’opera derivata (sembra preferibile tale termine a quello, un pò riduttivo, di opera parodistica) l’esame deve essere condotto non tanto evidenziando le identità e le somiglianze con l’opera originale, bensì considerando se l’opera derivata nel suo complesso, pur riproducendo — tanto o poco — l’opera originale e comunque ispirandosi a questa … se ne discosti per trasmettere un messaggio artistico diverso”. Nel caso esaminato da Cassazione n. 3340 del 19 febbraio 2015, pertanto, come accade nell’arte appropriava, la decontestualizzazione e la nuova collocazione del frammento del testo della composizione musicale ne hanno mutato la valenza estetico espressiva – con conseguente acquisizione di un nuovo significato – escludendo il plagio. Sul tema pare esprimersi, seppure percorrendo un percorso differente, anche la recentissima sentenza della Corte di Cassazione n. 12314 del 15 giugno 2015 che ha ritenuto che la riproduzione da parte dello scrittore Roberto Saviano nel suo romanzo intitolato “Gomorra” di alcuni articoli di giornale costituisse violazione dei diritti di autore dei giornalisti e dell’editore. Sotto questo profilo, tuttavia la questione si è incentrata sulla applicazione della disciplina sulle utilizzazione libere che  la Corte ha ritenuto di escludere ritenendo che non ricorressero i requisiti di legge. La Corte, in particolare, ha ritenuto che “l’uso di brani di opere protette, per finalità meramente illustrative di un’altra opera, e senza scopi didattici, di critica o di discussione, deve ritenersi estraneo all’ambito dell’articolo 70 e quindi illegittimo ….e non può ritenersi neanche giustificato alla stregua dell’art. 10 della Convenzione di Berna per la protezione delle opere letterarie e artistiche ratificata con legge 20 giugno 1978, n. 399, che … dichiara lecita la citazione dell’opera se contenuta “nella misura giustificata dallo scopo” e richiede quindi che la riproduzione parziale di un’opera per poter essere considerata quale lecita citazione della stessa, si inserisca funzionalmente in un discorso, quale premessa o quale mezzo di convalida o di critica delle tesi ivi sostenute”. Conclusione non dissimile si sarebbe raggiunta utilizzando i principi enucleati in tema di arte appropriativa posto che nel caso di specie non poteva di certo ricorrere uno scarto semantico rispetto a quello che ha avuto nell’opera anteriore.