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Responsabilità del titolare di una rete Wi-Fi per le violazioni commesse da terzi attraverso l’uso della stessa.

La Corte di Giustizia europea si è recentemente pronunciata in merito all’interpretazione dell’art. 12 della Direttiva 2000/31/CE c.d. “Direttiva sul commercio elettronico”, ed in particolare sulla responsabilità dei fornitori di accesso ad una rete di comunicazione per le violazioni commesse da terzi attraverso l’uso della loro connessione Internet senza fili (causa C-484/14).

La domanda è stata presentata dal Tribunale regionale di Monaco di Baviera nell’ambito di una controversia, insorta tra Sony Music Entertainment Germany e il titolare di un negozio di illuminazioni e audio avente ad oggetto l’accertamento della responsabilità di quest’ultimo a seguito di condotte illecite commesse da un terzo tramite la rete WLAN che detto negoziante metteva a disposizione dei propri clienti gratuitamente; nel caso di specie, la condotta consisteva nella diffusione su Internet di un fonogramma prodotto dalla Sony senza autorizzazione della stessa.

Chiamata, in primis, a pronunciarsi sull’applicabilità al caso di specie della Direttiva 2000/31/CE, la Corte ha stabilito che anche colui che mette a disposizione la propria rete di comunicazione in maniera gratuita fornisce un “servizio della società dell’informazione” quando la prestazione è effettuata per fini pubblicitari e di attrazione della clientela. Pertanto, anche ad un titolare di un’impresa che fornisce servizi Internet in via accessoria e gratuita ai propri clienti sarà applicabile la disciplina di cui all’art. 12 (che regolamenta il c.d. “mere conduit” o “semplice trasporto”) purché – sostiene la Corte – il servizio non vada oltre il processo tecnico, automatico e passivo che assicuri l’esecuzione della trasmissione della informazione. Come previsto dall’art. 12 della Direttiva 2000/31/CE, il prestatore del servizio non sarà dunque responsabile delle informazioni trasmesse, a condizione che lo stesso a) non dia origine alla informazione trasmessa; b) non selezioni il destinatario del servizio; c) non selezioni o modifichi le informazioni trasmesse.

La Corte ha inoltre precisato che per il servizio di “mere conduit”, svolto da tale categoria di prestatori e consistente esclusivamente “nel trasmettere, su una rete di comunicazione, le informazioni fornite da un destinatario del servizio” o “nel fornire un accesso alla rete”, non deve applicarsi per analogia la disciplina prevista ad hoc per il servizio di “hosting” di cui all’art. 14 della sopra citata Direttiva. Tale disposizione prevede che il prestatore di un servizio di “hosting” possa beneficiare dell’esenzione di responsabilità per gli atti dei propri utenti solo a condizione che, non appena al corrente di una attività illecita commessa tramite la propria rete e ivi memorizzata, esso agisca immediatamente per ritirare le informazioni o disabilitarne l’accesso. Tale disciplina, secondo la Corte di Giustizia, può applicarsi tuttavia solo al servizio di “hosting” che non consiste in una mera attività di trasporto, ma è costituito altresì da un’attività di memorizzazione dei dati trasmessi.

Alla luce delle considerazioni sopra esposte, la Corte di Giustizia ha affermato dunque che ai sensi dell’art. 12 della Direttiva 2000/31/CE un fornitore di accesso ad una rete di comunicazione, che si limiti ad un’attività di mera trasmissione di informazioni, non può essere chiamato a rispondere per i danni derivanti dalle violazioni che vengano commesse da terzi attraverso l’uso della propria rete, né deve rimborsare le spese legali sostenute ai fini della domanda di risarcimento proposta dal soggetto asseritamente leso. Ciò che rileva, tuttavia, è che ad avviso della Corte l’art. 12 della Direttiva 2000/31/CE sul commercio elettronico “non osta, in via di principio, all’adozione di un’ingiunzione che imponga ad un fornitore di accesso a una rete di comunicazione che consente al pubblico di connettersi a Internet, pena il versamento di una penalità, di impedire a terzi di rendere disponibile al pubblico attraverso tale connessione a Internet, su una piattaforma Internet di condivisione (peer-to-peer), una specifica opera protetta dal diritto d’autore o parti di essa, qualora il fornitore abbia la possibilità di scegliere le misure tecniche da adottare per conformarsi a detta ingiunzione”.

Nello specifico, con riferimento alle misure da adottare al fine di ottemperare ad una eventuale ingiunzione, la Corte ha rilevato in primo luogo come non esista un obbligo di sorveglianza a carico dei prestatori di tali servizi ai sensi dell’art. 15 della Direttiva 2000/31/CE e ha posto l’attenzione sulla possibilità che tali misure, se eccessivamente invasive, siano lesive della libertà di impresa. Sulla base di tali premesse, la Corte ha pertanto escluso che il fornitore di un servizio possa adottare misure, quali il controllo delle informazioni trasmesse ovvero la chiusura della connessione, reputando al contrario che la misura della protezione della propria rete con una password di accesso sia una misura tale da non ledere il diritto alla libertà di impresa e alla libertà di informazione e allo stesso tempo sia dotata di efficacia dissuasiva “nei limiti in cui gli utenti di detta rete siano obbligati a rivelare la loro identità al fine di ottenere la password richiesta e non possano quindi agire anonimamente”.

Ad una attenta osservazione, va dunque rilevato che la Corte ha, seppure in parte, confermato l’orientamento della giurisprudenza tedesca la quale, applicando il modello di responsabilità indiretta previsto dalla normativa tedesca in materia di diritto d’autore, aveva in un caso analogo ritenuto responsabile un fornitore di una rete Wi-Fi per non aver protetto la propria rete con una password consentendo così a terzi di violare tramite l’uso della stessa diritti d’autore o diritti connessi.

Linking a siti esterni contenenti materiale protetto da copyright. Lo scopo di lucro come criterio interpretativo della nozione di comunicazione al pubblico.

Con la sentenza emessa l’8 settembre 2016 nella causa C-160/15 la Corte di Giustizia è nuovamente intervenuta per chiarire il concetto di comunicazione al pubblico contenuto nella Direttiva 2001/29/CE sull’ “armonizzazione di taluni aspetti del diritto d’autore e dei diritti connessi nella società dell’informazione”. Come noto, l’articolo 3.1 della Direttiva 2001/29/CE prevede che gli autori hanno il diritto esclusivo di autorizzare o vietare qualsiasi comunicazione al pubblico, su filo o senza filo, delle loro opere, compresa la messa a disposizione del pubblico in maniera tale che ciascuno possa avervi accesso dal luogo e nel momento scelti individualmente.

Nel caso sottoposto alla attenzione della Corte, il sito Internet scandalistico olandese www.geenstijl.nl aveva pubblicato dei collegamenti ipertestuali (c.d. linking) che permettevano l’accesso a fotografie di titolarità esclusiva della società editrice della rivista Playboy. In particolare, il sito permetteva l’accesso alle fotografie tramite un collegamento ipertestuale che rimandava ad un file presente su un sito Internet australiano (filefactory.com) utilizzato per l’archiviazione di dati che conteneva le fotografie di cui trattasi. A seguito della eliminazione delle fotografie da parte di filefactory.com, avvenuta su richiesta della casa editrice titolare dei diritti, il sito www.geenstijl.nl aveva continuato a rendere disponibili le stesse tramite link ad altri siti, ciò nonostante le diffide inviate dalla casa editrice.

Giova ricordare che i criteri utilizzati dalla Corte per stabilire la sussistenza di un atto di comunicazione al pubblico sono molteplici e complementari. Nello specifico, si fa riferimento al carattere intenzionale della comunicazione (e cioè al fatto che il soggetto sia consapevole che sta permettendo a terzi di accedere ad una opera protetta, ad esempio quando in mancanza del suo intervento detti soggetti non ne potrebbero fruire), alla esistenza di un pubblico (che deve intendersi come numero indeterminato di destinatari potenziali e comprende, peraltro, un numero di persone piuttosto considerevole), alle modalità della comunicazione (l’opera deve cioè essere comunicata secondo modalità tecniche differenti da quelle utilizzate dal titolare oppure deve essere rivolta ad un pubblico nuovo, cioè ad un pubblico che non sia già stato preso in considerazione dal titolare del diritto nel momento in cui ha autorizzato la comunicazione iniziale) e, infine, al carattere lucrativo della comunicazione.

Occorre precisare che in due precedenti occasioni la Corte aveva a ritenuto che la messa a disposizione su un sito Internet di opere protette tramite collegamenti ipertestuali (sentenza del 13 febbraio 2014 nella causa C‑466/12) ovvero tramite framing (ordinanza del 21 ottobre 2014 nella causa C‑348/13) non costituisse una comunicazione al pubblico posto che le opere a cui puntavano i link erano state già rese liberamente disponibili su un altro sito Internet con il consenso del titolare. Sotto questo profilo, la Corte aveva ritenuto che l’atto di comunicazione in questione non fosse rivolto a un pubblico nuovo ma che a seguito dei collegamenti ipertestuali e del framing l’opera fosse stata fruita da un pubblico compreso in quello per il quale il titolare aveva concesso la propria autorizzazione.

Nel caso in esame, la Corte ha invece ritenuto fondamentale stabilire preliminarmente se il collocamento ipertestuale verso l’opera disponibile su un altro sito Internet fosse stato effettuato da un soggetto con o senza fini di lucro.

Difatti, qualora il collocamento di collegamenti ipertestuali venga effettuato con finalità lucrative è legittimo aspettarsi che il soggetto che ha implementato detto collocamento abbia posto in essere tutte le verifiche necessarie per accertare se l’opera di cui trattasi sia stata pubblicata legittimamente sul sito cui rimandano detti collegamenti ipertestuali, cosicché deve presumersi che tale collocamento sia intervenuto con piena cognizione del fatto che l’opera è protetta e che il titolare del diritto d’autore potrebbe non avere autorizzato la pubblicazione su Internet.

Qualora invece il collocamento ipertestuale sia effettuato da un soggetto senza fini di lucro, occorrerà considerare che tale soggetto potrà non essere a conoscenza del fatto che l’opera è stata pubblicata su Internet senza l’autorizzazione del titolare dei diritti (tale soggetto pertanto nel mettere l’opera a disposizione del pubblico non agisce, di regola, con piena cognizione delle conseguenze del suo comportamento specie qualora l’opera in questione sia già disponibile senza alcuna restrizione di accesso sul sito Internet cui il collegamento ipertestuale rimanda).

Qualora invece sia accertato che il soggetto era al corrente, ovvero avrebbe dovuto esserlo, del fatto che il collegamento ipertestuale dallo stesso collocato forniva accesso a un’opera illegittimamente pubblicata su Internet, ad esempio perché era stato avvertito dai titolari del diritto d’autore, occorre rilevare che la messa a disposizione di detto collegamento costituisce una comunicazione al pubblico. La stessa conclusione vale nell’ipotesi in cui il link consenta agli utilizzatori del sito Internet nel quale esso si trova di eludere misure restrittive adottate dal sito contenente l’opera protetta per limitare l’accesso del pubblico ai soli abbonati, in quanto la messa a disposizione di siffatto collegamento costituisce in tal caso un intervento voluto senza il quale tali utilizzatori non potrebbero fruire delle opere diffuse.

Nel caso di specie la Corte ha ritenuto pacifico che la gestione del sito che aveva fornito i collegamenti ipertestuali verso i file contenenti le fotografie protette avveniva per fini lucrativi e che la titolare di diritti non aveva autorizzato la pubblicazione di tali foto su Internet. Inoltre, da quanto emerso la Corte ha altresì sostenuto che appariva verosimile che la società che gestiva il sito www.geenstijl.nl fosse consapevole della assenza del consenso e che non potesse quindi confutare la presunzione che il collocamento di detti collegamenti fosse intervenuto con piena volontà a consapevolezza. Ciò considerato, la Corte ha statuito che le predette circostanze costituivano elementi sufficienti a ritenere che la società che gestiva il sito aveva realizzato un atto di comunicazione al pubblico ai sensi dell’articolo 3.1 della Direttiva 2001/29.

Pertanto, secondo la Corte, per stabilire se la messa disposizione su un sito Internet di collegamenti ipertestuali verso opere protette liberamente disponibili su un altro sito Internet, senza l’autorizzazione del titolare del diritto d’autore, costituisca una comunicazione al pubblico occorre determinare se tali collegamenti siano forniti senza fini di lucro da una persona che non fosse a conoscenza, o non potesse ragionevolmente esserlo, dell’illegittimità della pubblicazione di tali opere su detto altro sito Internet, oppure se, al contrario, detti collegamenti siano forniti a fini di lucro, ipotesi nella quale si deve presumere tale conoscenza.