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Pratiche commerciali scorrette ai sensi del Codice del Consumo.

Con la sentenza n. 11122/2015, la prima sezione del T.A.R. Lazio ha respinto il ricorso proposto dalla Società H3G Spa avverso il provvedimento con cui l’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato (AGCM) ha deliberato che la società ha posto in essere una pratica commerciale scorretta ai sensi del Decreto Legislativo n. 206/2005 (Codice del Consumo), vietandone la diffusione ed applicando una sanzione amministrativa pecuniaria pari a Euro 1.750.000. La questione concerneva la fornitura agli utenti di telefonia mobile, durante la navigazione in mobilità, di servizi a pagamento (c.d. servizi premium) non richiesti o richiesti inconsapevolmente e a loro addebitati.

Il TAR ha rilevato come l’operato dell’AGCM fosse immune da censure a fronte di una pluralità di condotte della ricorrente integranti molteplici violazioni del Codice del Consumo.

In particolare, il TAR ha ritenuto che fosse stata accertata una condotta omissiva della ricorrente nella fase contrattuale, laddove agli utenti era stato sistematicamente sottaciuto, da un lato, che la conclusione del contratto comportava l’abilitazione automatica della SIM degli utenti stessi ad accedere alla ricezione dei servizi in sovrapprezzo (servizi premium) durante la navigazione mediante la modalità denominata wap billing e, dall’altro, che la tariffazione di tali servizi sarebbe avvenuta in modo automatico con addebito diretto sul credito telefonico. La condotta è risultata poi aggravata, sia dalla preclusione della possibilità dell’utente di richiedere la disabilitazione della ricezione di tali servizi premium (c.d. blocco selettivo), sia dalla omessa informazione, mediante specifica avvertenza al momento della sottoscrizione del contratto, circa la predetta impossibilità, mettendo in tal modo i consumatori sottoscrittori del contratto di fronte al “fatto compiuto” di avere abilitato, senza una espressa volontà ed anzi anche senza averne avuto, in ipotesi, cognizione, un uso diverso ed ulteriore della SIM rispetto a quello di più comune conoscenza, e di non poter neppure accedere a tale uso “di base” senza rischiare di creare inavvertitamente ulteriori ed, in ipotesi, anche cospicui addebiti finanziari, non essendo possibile disattivare tali servizi (c.d. blocco selettivo).

Secondo il TAR sussisteva la possibilità tecnica e giuridica di procedere alla predetta disabilitazione in quanto nessun ostacolo poteva ravvisarsi alla stipula di un contratto di telefonia mobile con il quale l’utente accettasse – liberamente e consapevolmente – la mappatura del proprio traffico (peraltro già tecnicamente ipotizzabile mediante i tabulati dei providers) in modo da filtrare, almeno fino alla revoca dell’assenso prestato, indesiderati sovra-addebiti tariffari; inoltre, nessun ostacolo tecnico avrebbe impedito la possibilità di attivare a richiesta il c.d. blocco selettivo.

 

L’operatore ha, quindi, specifici obblighi di diligenza professionale fissati dalla normativa generale di tutela dei consumatori, che nel caso di specie avrebbero dovuto indurlo ad offrire un’informativa completa al consumatore con riferimento all’oggetto del contratto al momento della sua conclusione, non essendo affatto sufficienti le avvertenze contenute nell’informativa sulla privacy, in quanto secondo il Codice del Consumo non è esigibile dal consumatore un onere di ricerca e di studio per la ricostruzione del reale oggetto dell’offerta e del suo prezzo. La qualifica di consumatore medio, infatti, deve essere rapportata al contesto di diffusione dei messaggi e alla tipologia di prodotto e, quindi, in particolare nei settori ad alta evoluzione tecnologica e nel contesto di nuovi e diversificati servizi, i consumatori possono essere non dotati delle competenze specifiche necessarie per rilevare e fronteggiare l’esistenza di pericoli connessi alla loro fruizione.

In ogni caso, la normativa del Codice del Consumo sulle pratiche commerciali scorrette costituisce una tutela di “prevenzione” approntata nell’interesse generale e non del singolo contraente. La disciplina in esame dunque impone, in rapporto al consumatore medio e in un contesto di fatto caratterizzato dall’assenza di un’effettiva negoziazione, una “messa in guardia” sull’oggetto dell’imminente prestazione che non sia limitata alla formazione della volontà negoziale, ma sia adeguata al fine di garantire l’effettiva libertà di scelta del consumatore.

La condotta dell’impresa è stata qualificata, secondo il TAR, come “scorretta” ed anche come “aggressiva” nei confronti dei consumatori, in quanto atta a condizionarne indebitamente il comportamento economico addebitando sul conto telefonico, senza alcun preavviso e senza possibilità di opporsi, somme di denaro asseritamente dovute per il pagamento di servizi che in realtà il consumatore potrebbe non aver richiesto consapevolmente, incidendo non solo sulla possibilità per il consumatore di acquisire gli elementi conoscitivi necessari circa il contenuto del contratto, ma sulla sua stessa volontà di stipularlo pur in presenza di un giudizio negativo sulla sua convenienza.